Anzio, cinque poliziotti arrestati. Traditi dal dialogo tra due boss: «Si tengono la coca sequestrata»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una conversazione tra due narcotrafficanti detenuti nel carcere di Rebibbia, intercettata dagli investigatori nel febbraio di due anni fa, ha dato il via all’inchiesta che ha portato all’arresto di cinque agenti della Polizia di Stato in servizio presso il commissariato di Anzio-Nettuno. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i due boss si lamentavano del fatto che la squadra di poliziotti si appropriasse di somme di denaro e droga durante le perquisizioni, falsificando poi i verbali per far risultare quantitativi e cifre inferiori a quelli effettivamente sequestrati.

Le accuse e i nomi degli indagati

I cinque agenti destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia sono Mauro Maddalone, 54 anni, all’epoca capo della squadra di polizia giudiziaria del commissariato, Sergio Forcina, 42 anni, vice ispettore, Francesco Aversano, 45 anni, e Alessandro Fortunato, 41 anni, entrambi assistenti capo, e Antonio Pucci, 51 anni, sovrintendente.

A vario titolo, rispondono di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione, concorso esterno in associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, peculato, falso, concorso nella cessione di droga e accesso abusivo a sistemi informatici in uso alle forze di polizia. Il questore di Roma Roberto Massucci li ha immediatamente sospesi dal servizio.

La consegna controllata e i cinquanta chili spariti

Il fulcro dell’inchiesta, coordinata dalla Dda della Procura di Roma e condotta dalla Sezione investigativa dello Sco con il supporto della Squadra mobile capitolina, è una cosiddetta “consegna controllata” di venticinque chili di cocaina, organizzata secondo gli inquirenti in assenza dei presupposti di legge. Gli agenti avrebbero inoltre omesso il sequestro di una partita di cinquanta chili della stessa sostanza.

La vicenda si intreccia con un più ampio procedimento nei confronti di un sodalizio dedito al traffico di droga attivo tra Anzio e Nettuno, composto da cittadini italiani e albanesi, già colpito da altri provvedimenti.

La morte del corriere albanese e il Rolex

Il 24 maggio dello scorso anno, durante un inseguimento con un’auto-civetta della polizia alla periferia di Nettuno, perse la vita Arberi Mecaj, trentottenne albanese incensurato che si trovava al volante di una Fiat 500L con a bordo venticinque chili di cocaina. Secondo la ricostruzione degli investigatori, si sarebbe trattato di un’operazione pilotata dagli stessi agenti infedeli insieme ai loro complici narcotrafficanti, e non di un inseguimento finito male.

Nel borsone recuperato dopo l’incidente, il quantitativo di stupefacente risultò dimezzato rispetto ai cinquanta chili che il corriere avrebbe dovuto trasportare, con la parte mancante mai più ritrovata. In una delle intercettazioni, uno degli agenti ha commentato con cinismo la morte del corriere: «Non sapevo fosse morto, sennò gli sfilavo il Rolex».

La gestione dei confidenti e il denaro sottratto

Oltre agli episodi legati alla cocaina, gli accertamenti hanno fatto emergere un sistema di gestione illecita delle fonti confidenziali. In alcune circostanze, pusher arrestati sulla base di segnalazioni provenienti da bande rivali sarebbero stati arruolati come informatori con la promessa di poter continuare a spacciare dai domiciliari senza conseguenze.

Dagli approfondimenti sono emersi inoltre elementi relativi all’appropriazione di somme di denaro sottratte a persone arrestate per spaccio, mai sottoposte a sequestro nonostante costituissero provento di reato. A carico dei cinque agenti sono state contestate anche diverse ipotesi di falso, legate alla redazione di verbali ritenuti difformi rispetto a quanto effettivamente accertato.

Il dialogo intercettato tra Massidda e il figlio

La telefonata da cui è partita l’indagine vede protagonisti Giancarlo Massidda, sessantanove anni, annoverato nell’elenco dei latitanti più pericolosi e rintracciato a Buenos Aires nel 2018 dopo anni di latitanza, e suo figlio Simone. «Si tengono la droga delle perquisizioni» era il senso del colloquio intercettato tra i due, che secondo gli investigatori fotografava proprio il modus operandi della squadra di poliziotti finita sotto inchiesta.

Massidda, arrestato nel 2002 nell’ambito dell’operazione “Fenice 2002” e già evaso dai domiciliari nel 2010, deve espiare una pena di ventitré anni, nove mesi e dieci giorni di reclusione per traffico di droga ed evasione.

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