La guerra in Iran e i giochi di potere: i raid segreti degli Emirati e l’accordo che non decolla

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ESTERI

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non solo Israele. Mentre le cronache si concentrano sugli scontri al confine libanese – dove le Forze di Difesa Israeliane hanno intercettato due razzi diretti verso il Nord, facendo suonare le sirene a Kiryat Shmona – un’inchiesta del Wall Street Journal rivela il ruolo tutt’altro che secondario giocato dagli Emirati Arabi Uniti nelle profondità del territorio iraniano. lastampa +3

Fonti a conoscenza dei fatti hanno descritto un'operazione coordinata con gli Stati Uniti e Israele, durante la quale Abu Dhabi avrebbe colpito decine di obiettivi sensibili, energy comprese, tra cui il complesso petrolchimico di Asaluyeh.

Un’azione, quest’ultima, eseguita in compartecipazione con lo Stato ebraico e che – stando a quanto scrive il quotidiano americano – ha suscitato critiche internazionali tali da spingere l’amministrazione Trump a chiedere a Gerusalemme di cessare gli attacchi alle infrastrutture energetiche. tv2000 +3

La risposta a catena e il costo di una scelta

La rappresaglia degli Emirati, secondo quanto emerge dal rapporto, non è stata gratuita: sarebbe nata come risposta ai precedenti attacchi iraniani contro le proprie infrastrutture petrolifere e del gas.

Teheran, in realtà, ha puntato il mirino sull’alleato del Golfo con una ferocia superiore rispetto a quella riservata persino a Israele, lanciando oltre 2.800 missili e droni. tv2000 +3

Questa escalation, però, ha finito per inasprire i rapporti all’interno della stessa sponda araba; fonti citano la frustrazione del presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed, verso vicini come l’Arabia Saudita e il Qatar, rei – ai suoi occhi – di non aver voluto coordinare una risposta militare comune.

Una spaccatura che ha trovato conferma con la successiva, e significativa, uscita di Abu Dhabi dall’OPEC e dall’OPEC+. ecodibergamo +3

Trattative sul filo di lana e ombre dal fronte interno

Se sul campo la guerra lascia il posto a colpi bassi diplomatici, al tavolo delle trattative il clima è di stallo apparente.

Un alto funzionario israeliano, in un anonimo sfogo alla Cnn, ha sintetizzato l’amarezza del premier Benjamin Netanyahu parlando di tradimento: «Gli Stati Uniti ci stanno buttando sotto a un autobus», una frase che racconta la tensione per l’accordo che Washington e Teheran stanno limando. lastampa +3

La bozza, che prevedrebbe una proroga di 60 giorni della tregua e la riapertura del Canale di Hormuz, sembra un tango in cui le proposte e le controproposte si rincorrono senza arrivare a una vera quadra. lastampa +3

Il presidente Trump, che vorrebbe porre la sua firma solo su un documento che rispetti le sue "linee rosse" (abbandono dell’uranio arricchito e fine del programma nucleare), si trova a fare i conti con una realtà complessa: il tycoon mastica amaro di fronte alle resistenze, descritte dal New York Times, dei falchi del regime iraniano, una fazione intransigente che sta facendo di tutto per sabotare l’intesa, usando manifestazioni e i media statali per opporsi a qualsiasi concessione a Washington. lastampa +3

I falchi di Teheran e la sfida della disinformazione

La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa. Mentre Trump annuncia una "decisione finale" imminente, i media iraniani – come Fars News – bollano le sue dichiarazioni come un miscuglio di verità e menzogne, negando l’esistenza di clausole relative alla distruzione delle scorte di uranio o al pedaggio gratuito nello Stretto.

All’interno del Parlamento e del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, i membri della fazione dura stanno usando ogni leva per far fallire l’accordo, consapevoli che questo giochi a favore della distensione voluta dagli Stati Uniti. mediaset +3

Nel frattempo, la cronaca nera dei confini non si ferma: il Libano resta un fronte caldo, con le incursioni israeliane e i razzi di Hezbollah che continuano a tenere alta la tensione, in attesa di capire se la diplomazia riuscirà davvero a sopire le armi o se si tratterà solo di una pausa prima della prossima tempesta. ilgiornaleditalia +3

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