Sequestrati 200 milioni, il tesoro nascosto di Messina Denaro tra società offshore e narcotraffico
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Redazione Interno
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La Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, sulla scorta di una segnalazione arrivata dalle Autorità di Andorra riguardante una donna originaria di Campobello di Mazara – località che, guarda caso, era divenuta l’ultimo rifugio del boss prima della cattura –, ha coordinato un’indagine internazionale che ha portato alla luce un patrimonio immenso, frutto di decenni di narcotraffico.
L’operazione, condotta dai finanzieri del comando provinciale del capoluogo siciliano su delega dei magistrati, ha consentito di eseguire un triplice arresto e un sequestro di beni, società e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo che supera i duecento milioni di euro. Tra le maglie di questa rete, rimasta a lungo sommersa nonostante la morte dell’ex latitante risalga ormai a tre anni fa, sarebbero finite anche le risorse accumulate a partire dagli anni Ottanta, quando Cosa nostra trapanese dominava il mercato degli stupefacenti sotto l’egida del capomafia.
A gestire questo impero economico, secondo quanto emerso dall’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari, era un nucleo familiare ristretto: un narcotrafficante di lungo corso, la sua ex moglie e il figlio di quest’ultimo, un giovane con studi in discipline bancarie internazionali che avrebbe messo le proprie competenze al servizio del riciclaggio.
L’inchiesta che attraversa i paradisi fiscali
Le attività investigative non si sono fermate ai confini nazionali, coinvolgendo giurisdizioni note per il loro segreto bancario, come il Lussemburgo, la Svizzera, Gibilterra e le isole Cayman, senza dimenticare il Libano e il Principato di Monaco. Sul versante iberico, i blitz hanno interessato le città di Malaga, Marbella e Puerto Banús, storicamente considerate un crocevia per la criminalità organizzata europea intenta a ripulire i proventi illeciti.
La “cassaforte finanziaria” di famiglia, come l’hanno definita i pubblici ministeri del pool guidato dal procuratore Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio, avrebbe dirottato e reimpiegato le risorse accumulate in figure societarie costruite ad hoc; un meccanismo sofisticato che serviva a schermare l’origine illecita dei fondi.
La collaborazione con gli organi giudiziari e di polizia locali si è rivelata fondamentale per mettere i sigilli a questi capitali, dimostrando ancora una volta come il celebre assioma di Giovanni Falcone – “Segui i soldi” – resti la chiave di volta per scardinare i patrimoni occulti che collegano l’economia legale alle cosche.
I due pentiti e il meccanismo della “percentuale”
A gettare luce sui rapporti tra il vertice di Cosa nostra e i gestori del tesoro sono stati i verbali di due nuovi collaboratori di giustizia, i cui nomi – Giuseppe Bruno e Vincenzo Spezia – sono emersi durante le deposizioni rese ai pm. Spezia, figura storica della mafia di Campobello di Mazara ed ex fedelissimo del boss, ha rivelato un dettaglio cruciale riguardante la gestione degli affari illeciti.
Secondo quanto riferito, Messina Denaro non si limitava a incassare il pizzo tradizionale; pretendeva una vera e propria percentuale sugli introiti, fissata al dieci per cento su ogni carico di droga gestito dai Tamburello. “Lui non prendeva il pizzo, lui voleva la percentuale”, ha spiegato il collaboratore, descrivendo un rapporto quasi “societario” in base al quale il narcotrafficante era autorizzato a muovere tonnellate di hashish dal Marocco verso l’Italia, passando attraverso la Spagna e rifornendo piazze come Brescia, in cambio di una quota fissa da versare al capomafia.
Le indagini hanno inoltre evidenziato come il figlio degli arrestati, forte della sua esperienza in istituti di credito londinesi, avesse affiancato il padre per ottimizzare la gestione dei patrimoni illeciti a livello internazionale.
Il meccanismo del reimpiego e i legami con Palermo
L’analisi delle dichiarazioni rese da Giuseppe Bruno ha permesso di allargare il quadro delle conoscenze, rivelando contatti con ambienti della criminalità palermitana, in particolare con il mandamento di Pagliarelli. Nei verbali, consultati dagli inquirenti, si parla di interessi comuni nel settore delle costruzioni e di possibili accordi per il rifornimento di stupefacenti a prezzi di favore; un’offerta che, grazie ai canali diretti con Messina Denaro, riusciva a battere la concorrenza calabrese.
La rete di prestanomi e società off shore non serviva solo a nascondere i contanti, ma a investire in settori legali a tutti gli effetti: dal mercato immobiliare siciliano, con la costruzione di resort sulla costa marsalese, fino a presunte attività commerciali all’estero che mascheravano i flussi di denaro.
L’operazione condotta dalla Guardia di Finanza ha dunque rappresentato un duro colpo alla capacità di Cosa nostra di ricostituire le proprie casse, interrompendo un flusso finanziario che, alimentato dal narcotraffico, aveva trovato nei paradisi fiscali una protezione quasi impenetrabile.




