Emoji, il nuovo alfabeto della Generazione Z: lo studio Lumsa svela i significati nascosti

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il teschio non significa più morte e la faccina rilassata può nascondere una sottile punta di passivo-aggressività: le emoji, lungi dall'essere semplici faccine da aggiungere a caso nei messaggi, si sono trasformate in un linguaggio vero e proprio, con tanto di regole, sfumature e, soprattutto, significati che cambiano radicalmente a seconda dell'età di chi le usa.

A fotografare questo fenomeno è un'indagine condotta da oltre 400 studenti dell'Università LUMSA, realizzata in occasione della Giornata mondiale delle Emoji che si celebra il 17 luglio, una ricorrenza nata nel 2014 per celebrare i pittogrammi digitali ormai parte essenziale della comunicazione.

Il vocabolario segreto dei più giovani

Lo studio, che ha coinvolto gli studenti dei corsi di Linguistica e galateo digitale della sede di Roma e di Scrittura aziendale e digital writing della sede di Palermo, si è articolato in due fasi: la realizzazione di un vero e proprio dizionario che raccoglie i significati attribuiti dalla Generazione Z a cento emoji e un questionario sottoposto a 696 giovani tra i 18 e i 25 anni.

Il risultato è la fotografia di un codice comunicativo sempre più autonomo, capace di adattare e trasformare il significato originario delle emoji fino a creare un vocabolario generazionale che, tra coetanei, funziona alla perfezione. L'esempio più eclatante è quello dell'emoji del teschio: se per gli adulti continua a rappresentare la morte, per i più giovani è ormai diventato l'equivalente digitale dell'espressione "sto morendo dal ridere", utilizzata per commentare qualcosa di particolarmente divertente.

Il galateo digitale: meno è meglio

Contrariamente a uno dei luoghi comuni più diffusi, che vuole i giovani sommergere ogni messaggio di faccine, la ricerca rivela un approccio decisamente più sobrio e misurato. Il 76,4% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare meno di venti emoji al giorno, mentre oltre quattro giovani su dieci, precisamente il 42,1%, ne usano meno di dieci. Non è quindi la quantità a determinare il peso di questi simboli nella comunicazione, ma la loro scelta accurata e contestualizzata.

La faccina che ride resta comunque la preferita (60,1%), seguita dal cuore rosso (39,9%), a conferma del fatto che le emoji vengono impiegate soprattutto per trasmettere leggerezza, ironia e vicinanza emotiva. Il 60,6% dei giovani le utilizza per rendere il messaggio più amichevole, mentre il 58% le sceglie per esprimere emozioni e sentimenti.

Il contesto comanda: quando l'ironia si fa icona

La scelta dell'emoji giusta non è mai casuale e quasi sette giovani su dieci (il 67,8%) dichiarano di selezionarla in base al contesto della conversazione, mentre il 59,8% si lascia guidare dall'emozione che intende trasmettere.

Il dizionario realizzato dagli studenti mostra quanto l'uso reale possa allontanarsi dal significato letterale: la statua dell'Isola di Pasqua, ad esempio, raramente indica un interesse archeologico, ma nei meme rappresenta chi osserva e giudica in silenzio; la donna con la mano alzata ha trovato una seconda carriera nel sarcasmo, mentre la faccina inespressiva equivale a un "non ho parole".

Poi ci sono i cuori, dove il colore permette di graduare i sentimenti senza aprire conversazioni troppo impegnative: il blu rappresenta fiducia, il viola legami profondi, il giallo affetto ed energia positiva, il rosa tenerezza, mentre il grigio occupa il territorio delle situazioni sentimentali complicate.

L'emoji come eufemismo digitale

Tra i dati più curiosi emersi dall'indagine c'è quello relativo ai concetti sostituiti dalle emoji. Il 70,5% dei partecipanti ha infatti affermato di utilizzarle al posto di parolacce e insulti, preferendo una comunicazione più ironica e meno aggressiva pur mantenendo inalterato il significato del messaggio. L'emoji diventa così un eufemismo digitale, un filtro colorato che permette di dire tutto senza essere troppo diretti. Molto più distanziati i riferimenti a contenuti sessuali (19,2%), droghe e alcol (14,7%) e argomenti controversi (14,1%).

Questo linguaggio condiviso si è rivelato estremamente efficace tra i coetanei: solo il 5,7% degli intervistati ha dichiarato di essere stato spesso frainteso a causa di un'emoji inviata, mentre oltre il 94% ha affermato che gli equivoci sono rari o non si verificano mai. Le difficoltà, insomma, iniziano quando, dall'altra parte dello schermo, c'è qualcuno di un'altra generazione.

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