Tragedia a Casalmoro, ufficiale giudiziario trova l’uomo impiccato durante lo sfratto
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Redazione Interno
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Il campanello, inutile dirlo, non ha risposto nessuno, questa mattina intorno alle undici, quando l’ufficiale giudiziario si è presentato davanti al portone di quell’appartamento a Casalmoro, nel Mantovano, con in mano l’ordine di esecuzione per lo sfratto. Era il terzo atto di una procedura che si trascinava da mesi, dopo i due tentativi andati a vuoto il 29 ottobre e, più recentemente, il 29 gennaio scorsi, per un inquilino moroso. Ma la porta, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare in simili circostanze, era socchiusa, se non addirittura aperta, quasi a voler simbolicamente anticipare un epilogo che nessuno avrebbe potuto immaginare. L’accesso, che doveva essere l’adempimento burocratico di un provvedimento giudiziario, si è trasformato nell’ingresso in una scena di tragica staticità: il rappresentante della legge, varcata la soglia, si è trovato davanti al Corpo senza vita dell’uomo che avrebbe dovuto notificare lo sfratto.
Immediata, com’è doveroso che sia in questi casi, è partita la chiamata ai soccorsi, ma per l’operaio cinquantaseienne, originario di Leno, nel bresciano, non c’era ormai più nulla da fare. Sul posto, sollevati dall’allarme, sono giunti i carabinieri della stazione di Castel Goffredo, a cui si sono aggiunti per i rilievi del caso i colleghi del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Castiglione delle Stiviere, chiamati a ricostruire gli ultimi, drammatici istanti di un uomo solo. L’ipotesi, su cui gli investigatori non hanno espresso dubbi, è che il gesto estremo sia stato compiuto dall’uomo, un padre separato con due figlie, nelle ore immediatamente precedenti l’arrivo previsto del funzionario, quasi che la consapevolezza dell’imminenza dell’allontanamento coatto dalla propria abitazione abbia rappresentato un peso psicologico insostenibile.
La vittima, un operaio che il lavoro, a quanto emerge dai primi riscontri, lo aveva perso, viveva da solo in quella casa che per lui rappresentava ormai l’ultimo argine contro una discesa negli abissi dell’indigenza. L’incapacità di far fronte ai canoni di locazione, la morosità che aveva innescato l’intero iter legale, e la vergogna, quella taciuta e forse più feroce, di dover dare conto ai propri cari di non essere più in grado di garantire un tetto, sono gli elementi che delineano il contesto di un disagio profondo. Dopo che i militari hanno completato gli accertamenti previsti dalla legge, restituendo una cronologia certa agli eventi e sgomberando il campo da qualsiasi ipotesi diversa da quella del suicidio, la salma è stata restituita alla famiglia, ai parenti che dovranno ora fare i conti con un lutto che si porta dietro tutto il peso di una sconfitta sociale e personale consumata tra le mura domestiche.
La solitudine di un operaio e il peso della procedura esecutiva
La dinamica, se così si può chiamare la ricostruzione di un gesto che di dinamico non ha nulla, racconta di una procedura che si è infranta contro il muro di una disperazione silenziosa. L’ufficiale giudiziario, nell’adempimento del suo dovere, non ha fatto altro che constatare l’esito di un dolore che aveva già avuto il suo corso, lontano da occhi indiscreti e dalla macchina dei servizi sociali, che pure in situazioni di morosità conclamata dovrebbero forse accendere un campanello d’allarme più sensibile. Non è la prima volta, e purtroppo non sarà l’ultima, che cronache simili si ripetono, a testimonianza di un’emergenza abitativa che è anche e soprattutto un’emergenza umana, fatta di individui schiacciati dall’incubo di finire in strada, un incubo che talvolta, come in questo caso, diventa così paralizzante da offuscare qualsiasi altra prospettiva, anche quella di chiedere aiuto.
I precedenti tentativi e l’esito fatale del terzo accesso
Già il 29 ottobre e poi il 29 gennaio scorsi, l’appuntamento con lo sfratto era stato fissato, e in entrambe le occasioni qualcosa aveva fatto slittare l’esecuzione, concedendo all’uomo una tregua, seppur precaria. Ma la procedura, inesorabile, era arrivata al suo epilogo naturale con la data del 25 febbraio, quella che l’ufficiale giudiziario, recatosi sul posto con il preciso incarico di portare a termine la notifica, si trovava a onorare. Trovare la porta aperta, in un contesto del genere, è stato il primo segnale di un’anomalia che preludeva alla scoperta, una scoperta che trasforma un atto dovuto in un ricordo indelebile e drammatico per chi vi ha assistito. I carabinieri, dopo aver effettuato i rilievi del caso e ascoltato il racconto del funzionario, non hanno potuto far altro che certificare l’avvenuto decesso e avviare le procedure per la restituzione della salma alla famiglia, un atto dovuto che chiude la vicenda giudiziaria ma non il capitolo di una cronaca che parla di fragilità economiche e di solitudini inascoltate.




