«Rosa Elettrica», la nuova serie Sky che trasforma l’insicurezza in azione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella vita della giovane agente Rosa Valera, in cui smette semplicemente di eseguire gli ordini. È l’istante esatto in cui, appena trasferita al Nucleo Protezione Testimoni, capisce che nell’operazione che le è stata affidata – scortare un baby boss di camorra pentito – c’è una falla tanto profonda quanto pericolosa. Decide allora di rompere la catena di comando, una scelta che la trasforma immediatamente da tutrice della legge a fuggitiva, costretta a guardarsi le spalle non solo dai clan rivali ma anche dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggerla. Questo è il cuore pulsante di «Rosa Elettrica – In fuga con il nemico», il nuovo thriller on the road prodotto da Sky Studios in collaborazione con Cross Productions, in arrivo in esclusiva su Sky e in streaming su NOW dall’8 maggio.

Se l’etichetta di genere suggerisce adrenalina e inseguimenti, la sostanza del racconto – liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giampaolo Simi – punta invece i riflettori su una fragilità ben più radicata: quella di una generazione di trentenni che ancora non sa che adulta diventare. Dietro la guida spericolata di una Mustang del ’73 e le acrobazie coreografate dagli stuntman, la serie costruisce un ritratto impietoso della sindrome dell’impostore; quella vocina interiore, affidata metaforicamente alla presenza della protagonista da bambina, che costantemente mette in dubbio ogni passo. Maria Chiara Giannetta, che qui lascia definitivamente i panni della perfezionista Blanca per indossare quelli di un’antieroina «poco accomodante», ha ammesso di aver attinto a piene mani dalle proprie insicurezze personali, ripercorrendo la fase della sua vita in cui era arrivata a Roma piena di dubbi ma costretta a sfoggiare un’armatura.

L’equilibrio instabile tra la tutrice e il boss

Al suo fianco, a creare la scintilla narrativa, c’è Francesco Di Napoli nei panni di Cocìss, leader magnetico e furioso di un clan, deciso a collaborare con la giustizia più per salvarsi la pelle che per autentico pentimento. Il loro è un rapporto giocato sulla diffidenza reciproca e su un’attrazione sottile per mondi diametralmente opposti; lui viene da un contesto duro, caratterizzato da un occhio nero e uno chiaro che ne sottolineano l’imprevedibilità, lei cerca di nascondere la propria goffaggine dietro la divisa. La serie esplora questa chimica esplosiva senza mai cadere nella retorica della fascinazione per il «cattivo», ma anzi scavando nel lato umano – quasi bambino – di un ragazzo che, se messo in un altro contesto, sarebbe stato semplicemente qualcun altro.

Per restituire autenticità a questa fuga che attraversa l’Italia – toccando ben dodici località e quattro regioni diverse, da Ferrara a Napoli fino a Merano – la produzione ha scelto una messa in scena volutamente «sporca». Il regista Davide Marengo, che nella vita è anche il compagno della protagonista, ha descritto il lavoro sul set come quello di un circo itinerante: ogni settimana si smontavano le tende, ci si spostava in roulotte e la polvere sollevata dai camion entrava direttamente nel fotogramma, restituendo la stanchezza fisica e l’ansia dei personaggi. Niente green screen o finte coreografie patinate, ma una corsa dal vivo che ha visto la stessa Giannetta mettersi al volante della mitica auto d’epoca, rifiutando controfigure per le sequenze meno estreme pur di trasmettere quello stato di tensione costante.

Una scrittura al femminile per un’eroina imperfetta

A differenza di molti polizieschi tradizionali, dove l’agente è infallibile e determinato, «Rosa Elettrica» gioca la sua partita più alta proprio nella debolezza della sua protagonista. La scelta, fortemente voluta dalla capo sceneggiatrice Giordana Mari e dalla sua writers’ room tutta al femminile, è stata quella di non trasformare Rosa in una super poliziotta; la vediamo fallire un test fisico, soffrire di cistite psicosomatica e gestire la propria vita privata in modo tanto approssimativo quanto lo stesso trasferimento di Cocìss. Questo personaggio «imperfetto e umano» serve a raccontare un disagio generazionale profondo, quello di chi ostenta sicurezza all’esterno ma dentro è divorato dai dubbi, una condizione che l’attrice ha definito «la voce autosabotante che ognuno di noi possiede».

Completano il mosaico narrativo figure altrettanto sfumanti, come quella del vicequestore interpretato da Elena Lietti – trasformato nell’adattamento da uomo a donna, costretto a imporsi con le regole dure di un ambiente maschile -2-8 – o il boss Nunzia Serafino detta «Mamma Camorra», a cui Antonia Truppo presta il volto. L’operazione targata Sky si distingue così nel panorama delle produzioni italiane per un ritmo incalzante che non trascura mai la psicologia: le sparatorie e le fughe sono il contraltare necessario per mettere a nudo le paure di due ragazzi soli contro tutti, in un viaggio che li costringerà a scoprire che il nemico più grande, forse, è quello che ciascuno porta dentro di sé.

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