Wall Street in rosso, l'Iran non chiede tregua e i listini pagano lo scambio
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Redazione Economia
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Il sesto giorno di conflitto in Medio Oriente si apre con una netta presa di posizione da parte di Teheran, e i mercati finanziari, come prevedibile, accusano il colpo. Wall Street ha avviato le contrattazioni in netto ribasso, con il Dow Jones che ha visto un'affondata superiore all'1,8% e l'S&P 500 attestarsi in perdita di oltre un punto percentuale, testimoniando un nervosismo che da giorni ormai pervade gli operatori. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, hanno infatti fugato ogni residua speranza di una prossima descalation: l'Iran, ha ribadito, non ha chiesto e non chiederà un cessate il fuoco, anzi, si dice pronto ad attendere un'eventuale invasione di terra, forte della convinzione di poter trasformare una simile mossa in un disastro per gli avversari. Una posizione che, di fatto, congela qualsiasi prospettiva diplomatica immediata e mantiene la tensione alle stelle.
La preoccupazione principale degli investitori, e il vero ago della bilancia per le borse occidentali, risiede nell'effetto che questa instabilità sta producendo sulle materie prime. Il petrolio Brent, dopo una breve pausa di riflessione, ha ripreso la sua corsa, toccando quota 84 dollari al barile con un balzo di quasi il 4% nella sola seduta e un incremento che sfiora il 20% nell'arco di una settimana. Un'impennata che riaccende i riflettori sulle possibili ripercussioni inflazionistiche, mettendo in allarme la Federal Reserve e complicando non poco le sue future decisioni di politica monetaria. Non va meglio per il gas naturale, con il future ad Amsterdam che ha registrato un +3%, attestandosi a 50 euro al megawattora e segnando un impressionante +56% su base settimanale, un'impennata che rischia di avere pesanti ricadute sulle economie europee. Il tutto è stato ulteriormente alimentato dalla notizia di una petroliera americana finita sotto attacco nel Golfo, un episodio che ha immediatamente riacceso i timori per la sicurezza delle rotte energetiche cruciali.
In questo clima di incertezza globale, i listini del Vecchio Continente hanno chiuso la giornata in profondo rosso, con Piazza Affari che non ha fatto eccezione. Il Ftse Mib ha ceduto l'1,61%, fermandosi a 44.608,55 punti, in una seduta che ha visto protagonisti assoluti alcuni titoli in netta controtendenza, mentre altri sono sprofondati. Lo sprint di Campari, con un balzo del 9,96% a 6,538 euro, ha catturato l'attenzione, così come il buon rialzo di STMicroelectronics, tornata a respirare con un +2,99% che l'ha riportata in prossimità di quota 30 euro. Acquisti anche su Snam e Lottomatica Group, seppur con performance più contenute, a testimonianza di una certa selettività da parte degli investieri. Ma il vero tonfo, quello che ha lasciato senza fiato, è stato quello di Nexi, sprofondata del 16,63% sotto la soglia psicologica dei 3 euro, un dato che da solo racconta lo stato di salute precario di alcuni settori.
Tra petrolio e titoli di Stato, la volatilità torna padrona
L'analisi settoriale a Wall Street mostra senza filtri quali siano i comparti più esposti e temuti in questa fase. I beni industriali, il sanitario e i materiali sono quelli che hanno accusato i colpi più duri, con flessioni superiori al 2%, a significare come gli investitori stiano fuggendo dai settori ciclici per ripiegarsi su posizioni più difensive, sebbene anch'esse non del tutto immuni. Colpisce, ad esempio, il ribasso di Merck, con un -4,81%, o di Amgen, in calo del 3,93%, che evidenziano come neppure la farmaceutica, tradizionalmente considerata un porto sicuro, sia stata risparmiata dall'ondata di vendite. All'opposto, alcuni big tecnologici come Salesforce, IBM e Chevron, quest'ultima spinta dal caro-petrolio, hanno mostrato segni di tenuta, ma si tratta di eccezioni in un panorama generalmente desolante. La sensazione è che il mercato stia prezzando non solo il rischio immediato legato al conflitto, ma anche le sue conseguenze a più lungo termine sulla catena logistica e, di riflesso, sulla crescita globale.
Sul fronte obbligazionario, lo scenario è altrettanto complesso. L'impennata dei prezzi delle materie prime, infatti, sta faco rivivere lo spettro della stagflazione, quella miscela letale di stagnazione economica e inflazione che rappresenta l'incubo peggiore per le banche centrali. Le aspettative di un taglio dei tassi da parte della Fed, fino a pochi giorni fa date per scontate entro l'estate, si sono progressivamente allontanate, con i future sui Fed Funds che ora scontano una probabilità superiore al 66% che il costo del denaro rimanga invariato almeno fino a giugno. Una prospettiva che, se da un lato mira a contenere la fiammata dei prezzi, dall'altro rischia di raffreddare ulteriormente un'economia già alle prese con le tensioni geopolitiche. Intanto l'indice Vix, il cosiddetto "indice della paura", è schizzato a quota 23,75, un livello che non si vedeva da tempo e che testimonia l'elevata volatilità attesa dagli operatori per le prossime sessioni.
Piazza Affari, un copione già visto con Amplifon e Leonardo nel mirino
Tornando a Milano, la seduta ha messo in luce dinamiche interessanti anche al di là dei due estremi rappresentati da Campari e Nexi. Amplifon, ad esempio, ha subito un duro colpo, lasciando sul terreno il 13,20%, un calo che l'ha portata a toccare i minimi e che riflette forse la sensibilità del suo modello di business a un eventuale rallentamento dei consumi. Male anche Leonardo, con un -6,13%, nonostante il contesto geopolitico dovrebbe, in teoria, favorire il settore della difesa. Un paradosso solo apparente, se si considera che le borse odiano l'incertezza e che un conflitto di vaste proporzioni, con il coinvolgimento di più attori, rende difficile anche per le aziende del comparto fare piani credibili a medio termine. La fotografia scattata dall'indice FTSE Italia Mid Cap e dallo Star, entrambi in negativo, restituisce l'immagine di un mercato diffuso che arranca, privo di una direzione chiara e vulnerabile a ogni nuova ondata di notizie provenienti dal fronte.
Kroger e le trimestrali, un’altra variabile nello scenario complesso
Nel frattempo, oltre ai venti di guerra, gli investitori devono fare i conti con la stagione delle trimestrali, che sta riservando alcune sorprese non proprio piacevoli. Kroger, il colosso americano della grande distribuzione, ha fornito previsioni su vendite e utili annuali inferiori alle attese, un campanello d'allarme che non è passato inosservato in un momento in cui i rincari energetici iniziano già a erodere il potere d'acquisto delle famiglie. Un'indicazione, questa, che si aggiunge al quadro di incertezza e che suggerisce come le pressioni inflazionistiche non siano più soltanto una minaccia futura, ma stiano già producendo i loro effetti sull'economia reale, sulle aspettative dei consumatori e, di conseguenza, sui bilanci aziendali. La combinazione tra conflitto, caro-energia e prospettive di utili in rallentamento rischia di essere una miscela particolarmente indigesta per i mercati azionari, intrappolati tra la necessità di proteggersi dall'inflazione e il timore di soffocare una crescita già fragile.




