Tumori e metastasi, la svolta del Viagra: riduce il rischio di mortalità fino al 31%

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il principio attivo del Viagra è in grado di frenare la diffusione delle metastasi tumorali. A rilevarlo è uno studio internazionale coordinato dal Weizmann Institute of Science, che attraverso analisi di laboratorio e dati clinici raccolti su oltre 40.000 pazienti in vent’anni, ha scoperto come questo farmaco agisca come un inaspettato sabotatore biologico.

Intrappolando il colesterolo all’interno di specifici magazzini cellulari, il “sildenafil” impedisce alle cellule maligne di acquisire la flessibilità necessaria per distaccarsi dal tumore originario e colonizzare il resto del corpo, aprendo nuove e promettenti strade per la terapia oncologica.

Il meccanismo d’azione del sildenafil contro le metastasi

Le molecole farmacologiche, un po’ come quei certi amori di una celebre canzone, fanno giri immensi e poi chissà dove vanno a finire. Sembra proprio essere il caso del sildenafil, il farmaco che tra la fine degli anni ’80 e i ’90 del “Secolo lungo” gli scienziati della Pfizer mettevano a punto con gran puntiglio con l’obiettivo di regalare al mondo una nuova arma contro l’angina pectoris. E, in effetti, nei test sugli animali il principio attivo sperimentato per dilatare i vasi sanguigni del cuore aveva funzionato bene e senza effetti collaterali.

Oggi, però, quello stesso composto si trova al centro di una scoperta che potrebbe rivoluzionare l’approccio alla lotta contro i tumori. Il sildenafil, come spiega lo studio pubblicato su Cancer Research e condotto da Ayelet Erez presso il Weizmann Institute of Science, agisce bloccando un enzima chiamato fosfodiesterasi di tipo 5, o PDE5, e aumentando così i livelli di una molecola di segnalazione nota come cGMP.

Il team della Erez, medico-scienziata che ha recentemente vinto il premio Pezcoller – Marina Larcher Fogazzaro – EACR Women in Cancer Research 2026 per i suoi studi sul metabolismo del cancro, ha scoperto che il cGMP si lega a una proteina responsabile del trasporto del colesterolo all’interno delle cellule, intrappolandolo in specifici compartimenti e riducendone di fatto la disponibilità per le esigenze della cellula. E, a quanto pare, le cellule tumorali sono particolarmente vulnerabili a questa riduzione dell’apporto di colesterolo.

Il colesterolo come punto debole delle cellule tumorali

Il colesterolo, lo ricordiamo, non è solo un nemico delle arterie. È un componente essenziale delle membrane cellulari, fondamentale per la loro fluidità e integrità, e per le cellule tumorali in procinto di staccarsi dal tumore primario per migrare in tutto il corpo è una risorsa vitale. Senza un adeguato apporto di questo lipide, le cellule maligne perdono la capacità di deformarsi e di superare le barriere tissutali, un passaggio obbligato per colonizzare organi distanti e formare metastasi.

La ricerca coordinata da Ayelet Erez, che dirige il Centro per le Malattie Genetiche Rare presso il Weizmann Institute e svolge attività volontaria presso la Clinica di Oncogenetica dello Schneider Children’s Medical Center, ha confermato il potenziale del sildenafil sia attraverso esperimenti di laboratorio sia analizzando le cartelle cliniche di pazienti oncologici, evidenziando un miglioramento significativo della sopravvivenza tra quelli che assumevano il farmaco per altre indicazioni mediche.

Verso una terapia combinata con le statine

Lo studio suggerisce inoltre che i benefici potrebbero aumentare in modo esponenziale combinando il sildenafil con le statine, i farmaci comunemente prescritti per abbassare il colesterolo nel sangue. Mentre il sildenafil ostacola l’utilizzo del colesterolo da parte delle cellule tumorali, le statine ne riducono la produzione nell’organismo: un’azione complementare che potrebbe rafforzare l’effetto nel contrastare la formazione delle metastasi.

In particolare, dai dati clinici è emerso come la sopravvivenza dei pazienti fosse ancora più alta quando il trattamento con sildenafil veniva associato alle statine. Questi risultati, sebbene preliminari e bisognosi di ulteriori conferme da studi clinici ad hoc, gettano le basi per un possibile, nuovo impiego di un farmaco che, come ricorda anche l’agenzia regolatoria statunitense FDA, è sul mercato dal 1998 e il cui profilo di sicurezza è quindi ampiamente noto.

La scoperta del Weizmann Institute of Science, che da oltre novant'anni si distingue per la sua ricerca curiosa e finalizzata a risolvere le sfide più complesse per l'umanità, rappresenta un passo avanti nella comprensione dei meccanismi alla base della disseminazione tumorale. Un nuovo tassello che si aggiunge al lavoro di Ayelet Erez, già nota per i suoi studi sul ruolo del metabolismo degli amminoacidi nella cancerogenesi e nella risposta all'immunoterapia.

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