L’Aston Martin con due batterie e la rabbia di Newey: “Mi sento impotente, così rischio grosso”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
C’è un’atmosfera funerea, nel box verde dell’Aston Martin, un clima che nulla ha a che vedere con l’entusiasmo che solitamente accompagna il primo appuntamento iridato. Il progetto che doveva consacrare la scuderia di Silverstone al ruolo di protagonista assoluta di questa nuova era regolamentare si è trasformato in un incubo tecnico, e le parole di Adrian Newey, ascoltate in conferenza stampa al termine delle prime prove libere, suonano come una resa preoccupata. Il genio britannico, chiamato a operare l’ennesimo miracolo, si è dovuto arrendere all’evidenza: la power unit Honda, cuore pulsante della AMR26, è afflitta da vibrazioni talmente violente da mettere a repentaglio l’integrità fisica dei piloti e, particolare non secondario, da distruggere le batterie.
Il dato emerso è drammatico nella sua semplicità: la scuderia dispone ormai soltanto di due accumulatori funzionanti, quelli attualmente montati sulle vetture di Fernando Alonso e Lance Stroll. Newey ha spiegato come il team fosse arrivato a Melbourne con quattro batterie, ma due di queste hanno già mostrato problemi di comunicazione interna con il sistema di gestione, un guaio che, sommato alle continue rotture indotte dal tremolio della power unit, lascia il reparto corse con il fiato sospeso. Se una di quelle due dovesse cedere, lo scenario per domenica diventerebbe apocalittico: le monoposto potrebbero non vedere nemmeno la partenza.
Venticinque giri e poi il rischio di danni permanenti: la preoccupazione per i piloti
Non è soltanto una questione di numeri o di prestazioni, ma di salute. Lo stesso Newey ha lanciato un allarme che ha gelato il paddock, riferendo di aver dovuto imporre dei limiti stringenti ai suoi piloti. Il tremore che si propaga dal propulsore al telaio, amplificato dalla rigidità estrema della scocca in carbonio, finisce per concentrarsi sulle mani di chi guida. Alonso, ha rivelato il team principal, non può spingersi oltre i 25 giri consecutivi, mentre per Stroll il limite è addirittura di 15 tornate; oltre quella soglia, il rischio concreto sarebbe quello di incorrere in danni neurologici irreversibili. Un paragone agghiacciante, quello usato dal canadese per descrivere la sensazione, che ha parlato di una sorta di "scossa elettrica continua", un disagio fisico che rende la guida di queste vetture non solo complicata, ma potenzialmente pericolosa.
A complicare ulteriormente il quadro, come se non bastasse la cronica carenza di pezzi di ricambio, è giunta un’altra restrizione, questa volta imposta direttamente dalla Honda. I tecnici giapponesi hanno vietato alla scuderia di effettuare rifornimenti con poco carburante. Il motivo, come ha spiegato Newey, è che il pieno di benzina agisce da ammortizzatore naturale, smorzando parzialmente le oscillazioni che flagellano il pacco batterie. Questo significa che qualsiasi tentativo di simulare un giro da qualifica o di provare l’assetto in condizioni di gara leggera è precluso, limitando ulteriormente la possibilità di raccogliere dati utili e condannando di fatto l’Aston Martin a brancolare nel buio.
La rabbia impotente di Newey e le ore piccole dei meccanici
La frustrazione di Newey è palpabile. L’ingegnere, abituato a vincere e a dominare la scena, si è detto impotente di fronte a un problema che non dipende dalle sue capacità ma da un difetto congenito del fornitore. "È un momento in cui mi sento piuttosto impotente", ha confessato, spiegando come la mancanza di chilometraggio impedisca di comprendere a fondo il comportamento della vettura, creando un circolo vizioso che si auto-alimenta. Dietro le quinte, intanto, la squadra è allo stremo: i meccanici sono stati costretti a lavorare fino alle quattro del mattino per cercare soluzioni tampone, e l’intera organizzazione sta bruciando energie umane a un ritmo insostenibile.
Nonostante gli sforzi profusi in queste settimane, con test aggiuntivi condotti dalla Honda in Giappone, Newey ha tagliato corto su ogni possibile illusione: non esiste una bacchetta magica, e quella che si prospetta non è una soluzione rapida. L’obiettivo, per il momento, è talmente basso da rasentare la beffa: riuscire a schierare le due AMR26 sulla griglia di partenza della domenica, nella speranza di completare quei pochi giri necessari per rispettare gli impegni contrattuali con gli organizzatori e la Fia. Un inizio di campionato da dimenticare, che getta un’ombra lunghissima su quella che doveva essere la rinascita di un team ambizioso e che, invece, rischia di trasformarsi in un calvario fatto di vibrazioni, batterie contate e nervi scoperti.




