Il figlio di Bossetti rompe il silenzio: «Mio padre è innocente»
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Redazione Interno
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«Mio padre non è un assassino e ci posso mettere le mani sul fuoco». Nicolas Bossetti, figlio di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, rompe per la prima volta il silenzio davanti alle telecamere. Intervistato l'8 ottobre durante la trasmissione Ore 14 Sera, condotta da Salvo Sottile su Rai 2, difende l'innocenza del padre e denuncia quelli che considera gravissimi errori giudiziari. Arriva a definire il processo «molto peggio» del caso Garlasco, sostenendo che la condanna sia stata pronunciata senza consentire alla difesa di verificare adeguatamente la prova genetica decisiva.
Le accuse agli investigatori e la richiesta di riesaminare il Dna
«Il caso di mio padre è l'errore giudiziario più grande della giustizia italiana, non c'è una cosa vera, non c'è una cosa che quadra», afferma Nicolas durante l'intervista. Il giovane contesta soprattutto il mancato svolgimento di nuovi accertamenti sulla traccia genetica attribuita al padre, identificato durante le indagini come Ignoto 1. A suo giudizio, ripetere gli esami potrebbe produrre risultati differenti da quelli utilizzati nel processo. La sua convinzione è netta: l'uomo detenuto non sarebbe il responsabile dell'omicidio e il vero colpevole sarebbe ancora libero. Si tratta delle affermazioni del figlio, che non modificano la condanna definitiva pronunciata dai giudici.
Al centro delle contestazioni c'è anche il giubbotto della vittima, sul quale la difesa vuole effettuare ulteriori verifiche. Gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini hanno chiesto nuovi accertamenti tecnico-scientifici sui reperti e sui campioni biologici ancora esistenti, contestando in particolare le modalità di estrazione della traccia 31G20, costituita da materiale genetico misto. I legali hanno inoltre sollevato questioni relative ad altre tracce repertate sull'indumento, la cui natura è oggetto delle loro osservazioni. Secondo il figlio del condannato, l'impossibilità di ripetere gli esami avrebbe impedito un controllo indipendente su un elemento fondamentale dell'impianto accusatorio.
Il no dei giudici di Bergamo e il confronto con Garlasco
Le dichiarazioni televisive arrivano pochi giorni dopo una decisione sfavorevole alla difesa. Il 5 ottobre 2026 la Corte d'Assise di Bergamo, intervenuta come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di nuove analisi. L'istanza era stata presentata dopo la consegna ai legali della documentazione fotografica ad alta risoluzione realizzata dal Ris di Parma. Il tribunale aveva già consentito l'accesso ai reperti entro i limiti stabiliti dalla Cassazione nel 2024, senza autorizzare ulteriori esami. I difensori hanno annunciato ricorso contro il provvedimento, ribadendo la volontà di approfondire gli aspetti scientifici contestati.
Il riferimento all'omicidio di Chiara Poggi nasce dal confronto con le nuove indagini condotte sulla vicenda di Garlasco. Nicolas ritiene che anche il padre debba avere la possibilità di ottenere ulteriori verifiche, come avvenuto in altri procedimenti giudiziari. «La legge è uguale per tutti? Non tutti sono uguali per la legge», sostiene, lamentando una disparità di trattamento. Di posizione opposta i legali dei genitori della vittima, Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta, che si sono opposti alla richiesta di nuovi accertamenti. Dopo l'udienza hanno dichiarato di voler fare il possibile per evitare che il procedimento diventi un altro caso Garlasco.
Gli anni senza il padre e il peso della condanna sulla famiglia
Nell'intervista il giovane racconta anche le conseguenze personali della vicenda giudiziaria. Durante l'adolescenza, spiega, si è sentito osservato e giudicato per la condanna del genitore. «Ogni volta che uscivo ero visto male, come il figlio di un assassino, avevano paura», ricorda, descrivendo le difficoltà incontrate crescendo senza la presenza paterna. La sua testimonianza unisce quindi alla contestazione delle prove il racconto di un'infanzia e di una giovinezza segnate dall'arresto e dalla detenzione, oltre che dall'attenzione pubblica riservata alla famiglia.
La vicenda giudiziaria riguarda la morte della tredicenne scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra, mentre tornava dalla palestra. Il corpo fu ritrovato il 26 febbraio 2011 in un campo a Chignolo d'Isola. Le indagini portarono, dopo circa quattro anni, all'arresto del muratore di Mapello, attualmente detenuto nel carcere di Bollate. All'udienza sulla richiesta di accertamenti si è collegato in video con il tribunale. Erano presenti anche la pubblico ministero titolare delle indagini, Letizia Ruggeri, e i rappresentanti della famiglia Gambirasio, che hanno ribadito la loro opposizione alla riapertura delle verifiche sui reperti.
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