Cossombrato, l’omicidio-suicidio che non ti aspetti: «Astrit non era così»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il borgo di Cossombrato, arroccato sulle colline astigiane con i suoi cinquecento abitanti, si è risvegliato sotto una cappa di silenzio rotto solo dal fruscio delle indagini: qui, dove tutti conoscono tutti, un giardiniere cinquantanovenne di origine albanese, Astrit Koni, ha ucciso l’ex moglie e il compagno di lei per poi togliersi la vita gettandosi dalla torretta del castello che domina il paese. «Non riusciamo a crederci – ripetono i vicini, gli amici, quelli che lo incrociavano ogni mattina al bar – Astrit non è come viene descritto». Eppure i corpi senza vita raccontano un’altra verità, cruda e ineluttabile: quello stesso uomo mite, integrato da oltre vent’anni in Italia, considerato uno dei pilastri della piccola realtà locale, avrebbe pianificato un massacro.

Tre vittime, una sequenza ancora da ricostruire

Secondo le prime ricostruzioni, tutto sarebbe cominciato nel tardo pomeriggio di venerdì, intorno alle 16.30, quando Koni – che nella vita faceva il giardiniere e non aveva mai dato segni di squilibrio – ha fatto irruzione nella vita della ex moglie Drita Mecollari, cinquantasette anni, e del suo nuovo compagno Bardhok Gega, cinquantacinque. Le armi, il luogo, i movimenti esatti: gli inquirenti stanno ancora cercando di fissare una cronologia precisa degli eventi, ma quel che appare ormai certo è che non si sia trattato di un raptus improvviso. A suggerirlo è un biglietto vergato a mano, trovato tra gli effetti personali dell’uomo, dove si legge soltanto: «Scusa per tutto». Non una parola di spiegazione, non un movente esplicitato – solo quel sintetico, disarmante tentativo di chiedere perdono dopo aver spezzato tre esistenze, compresa la propria.

La maschera dell’uomo gentile e lo spaesamento di chi lo conosceva

«Astrit era uno degli uomini più amati del paese», confida un residente che ha incrociato il cinquantanovenne per quindici anni, da quando cioè Koni si era stabilito a Cossombrato dopo aver lasciato l’Albania. Nessuno, letteralmente nessuno, aveva mai sospettato in lui una simile capacità distruttiva: anzi, la sua disponibilità, la cura che metteva nei giardini altrui, la partecipazione silenziosa alla vita collettiva ne avevano fatto una sorta di presenza rassicurante. Ed è proprio questo scarto – tra l’immagine pubblica, impeccabile, e il gesto atroce – a disorientare più di ogni altra cosa chi lo ha frequentato per anni. «Non toglie nulla alla gravità di quello che ha fatto, intendiamoci – aggiunge un altro compaesano – ma questo non è l’Astrit che conoscevamo. Siamo spiazzati, non arrabbiati: spiazzati».

Il lancio dal torrione e il giallo della pianificazione

Dopo aver ucciso l’ex moglie e il suo nuovo compagno – con modalità su cui gli investigatori mantengono il riserbo – Koni si è recato al castello, simbolo del paese, e si è lanciato dal torrione. Una scelta, quest’ultima, che porta i segni di una lucidità agghiacciante: non un gesto impulsivo in un luogo qualunque, ma un epilogo cercato in un punto simbolico, quasi a voler chiudere un cerchio. La procura ha aperto un fascicolo per omicidio-suicidio, e gli accertamenti si concentrano ora sulle ore precedenti il triplice decesso: Koni aveva già tentato altri approcci violenti? Aveva lasciato tracce scritte o confidenze a terzi? Per il momento, l’unica voce ufficiale è il silenzio degli inquirenti, rotta solo da quel «scusa per tutto» che sembra al contempo un atto di resa e una dichiarazione di impotenza. A Cossombrato, intanto, il dolore non cerca colpevoli né giustificazioni: cerca solo di capire come sia potuto accadere, in un borgo così piccolo, che l’uomo di cui tutti si fidavano diventasse improvvisamente, e senza preavviso, il carnefice di sé e degli altri.

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