I giochi in tv soffocano le storie: ora ridateci il “prime time”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Da qualche settimana, nel dibattito tra addetti ai lavori e dirigenti televisivi, si rincorre un’evidenza che il pubblico, ormai, vive sulla propria pelle: la prima serata non esiste più. O meglio, esiste ma slitta progressivamente verso la soglia delle 22, trascinata da un access prime time che – tra meccanici convalescenti e valigette del quiz – non smette di espandersi. A lanciare l’allarme, con un video breve e ironico nei giorni scorsi, è stato il regista milanese Maurizio Nichetti, il quale attribuisce questo slittamento a una curiosa ragione geografica: chi decide i palinsesti lavora a Roma, dove si cena più tardi, e finisce per spostare in avanti l’intera programmazione serale. Una provocazione, la sua, che ha però il merito di riaprire una ferita antica.
L’appello di Carlo Degli Esposti: “Salviamo il sonno degli italiani”
A raccogliere il testimone, con la consueta determinazione, è il produttore Carlo Degli Esposti: il suo grido (“Ridateci la prima serata”) è diventato in poche ore un manifesto informale per chi la televisione la fa e per chi la guarda. Il problema – spiega Degli Esposti – non è solo una questione di abitudini domestiche o di stanchezza accumulata; è una questione culturale. Perché la fiction, le serie, i film non sono semplicemente “contenuti”, ma storie che aggregano gli spettatori intorno a un appuntamento condiviso, costruendo quell’immaginario collettivo che i quiz, per quanto riusciti, non possono sostituire. E se l’avvio del prime time scivola costantemente oltre le 21.30, quel collante si indebolisce: le famiglie si sfaldano davanti al telecomando, una parte del pubblico si perde per strada.
Rai e Mediaset concordano, ma cercano un compromesso
Anche i due grandi poli televisivi – stando a quanto circola nei corridoi di Viale Mazzini e di Corso Sempione – non restano sordi. Rai e Mediaset concordano con le istanze dei produttori, o almeno dichiarano di farlo; il punto è che l’allungamento dell’access prime time non è un capriccio, bensì un affare. Format come *La Ruota della Fortuna* (Gerry Scotti) e *Affari Tuoi* (Stefano De Martino) registrano ascolti solidissimi, e spostarli o comprimerli significa mettere a rischio un’intera architettura di share. L’idea di un compromesso – anticipare la prima serata alle 21.15 o, al massimo, alle 21.30 – si scontra così con la potenza di fuoco commerciale dei giochi. Ma il malcontento cresce, e non solo tra i palinsestisti.
L’attrice Cristiana Capotondi: “Alle 21.30 è già tardi”
A dare voce a quella che ormai è diventata una protesta trasversale ci pensa Cristiana Capotondi. L’attrice, reduce dal successo della fiction *La ricetta della felicità* su Rai 1, non usa giri di parole: «Per me le 21.30 è già tardi». Nella sua esperienza – e in quella di molti colleghi che lavorano sui set delle serie nazionali – la sensazione è che il pubblico si perda prima ancora che la storia cominci. «Il grido “inizia!” non arriva mai», aveva detto in un’altra occasione, e quel ritardo continuo finisce per disinnescare l’empatia con gli spettatori. Le famiglie italiane – aggiunge a mezza voce – hanno ritmi scanditi da scuola, lavoro e impegni mattutini; aspettare le 22 per il film o per la puntata della fiction significa spesso spegnere il televisore a metà, o addirittura rinunciare in partenza. E allora che senso ha investire milioni in produzioni di qualità, se poi la loro vetrina principale le condanna a una vetrina posticcia?
Produttori e broadcaster di fronte al bivio
La partita, insomma, è aperta e coinvolge attori diversi: i produttori di fiction chiedono un intervento netto, i broadcaster cercano di bilanciare ascolti e identità, il pubblico – frammentato e silenzioso – vota con il telecomando o con lo spegnimento. Quello che emerge con chiarezza è che la vecchia prima serata, quella che cominciava poco dopo le 21 e finiva in tempo per un sonno decente, non è solo un ricordo nostalgico: era una macchina di costruzione sociale del gusto, un orologio collettivo. I giochi televisivi, oggi, hanno preso il sopravvento, e lo hanno fatto non per cattiveria ma per efficienza commerciale. Il rischio, però, è che a forza di vincere la battaglia degli ascolti nell’access prime time, si perda la guerra della programmazione serale. La palla passa ora ai vertici delle reti: sposteranno qualche quiz o lasceranno che la prima serata diventi un’etichetta senza significato?




