Xbox, quel margine al 3% e un futuro di vendite: si parla di scorporo
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La divisione gaming di Microsoft, nonostante un flusso di cassa che negli ultimi cinque anni ha assorbito oltre venti miliardi di dollari tra acquisizioni, sviluppo di contenuti e sussidi per l’hardware, si trova oggi a fare i conti con una contrazione dei ricavi annui pari a quasi mezzo miliardo di dollari e con un margine di profitto – l’“accountability margin” – fermo al 3%.
Una soglia, quest’ultima, che non solo segna un netto peggioramento rispetto agli anni precedenti, ma che, come sottolineato da alcuni analisti, risulta persino inferiore agli interessi passivi che il colosso di Redmond potrebbe ottenere lasciando semplicemente i propri capitali depositati presso una banca. È in questo scenario, descritto senza filtri dalla nuova amministratore delegato Asha Sharma in una nota interna poi divenuta pubblica, che si inserisce la prospettiva di una riorganizzazione radicale dell’intera struttura societaria di Xbox.
L'ipotesi dello scorporo e la sussidiaria come via d'uscita
Secondo quanto riferito da tre fonti con conoscenza diretta delle discussioni interne alla testata The Information, i vertici di Microsoft avrebbero preso in considerazione diverse opzioni per il futuro della divisione, spaziando dalla creazione di una joint venture fino alla trasformazione di Xbox in una sussidiaria interamente controllata.
Quest’ultima soluzione, in particolare, avrebbe il pregio di rendere l’unità operativamente autonoma, facilitando – qualora le condizioni di mercato lo richiedessero – un’eventuale cessione futura senza dover intaccare la capogruppo in modo traumatico.
Nessuna decisione sarebbe stata presa, al momento, e il ventaglio delle ipotesi rimarrebbe completamente aperto; tuttavia, la mera esistenza di queste valutazioni rappresenta un segnale inequivocabile dello stato di salute della piattaforma, reduce da un calo delle vendite hardware del 33% su base annua e da una crisi dei costi dei componenti che ha visto i prezzi delle memorie aumentare di oltre cinque volte rispetto a due anni fa.
Il “reset” annunciato da Asha Sharma e il rimpasto degli studi
A rendere ancor più credibile l’ipotesi di un profondo rimpasto – o di un vero e proprio “reset” del business, come lo ha definito la stessa Sharma – è la situazione degli Xbox Game Studios. Nonostante l’enorme mole di investimenti, molti progetti first party non avrebbero centrato gli obiettivi di vendita o, peggio, non sarebbero riusciti a trattenere gli utenti all’interno dell’ecosistema, vanificando lo sforzo economico profuso.
La nuova dirigenza, che vede Sharma affiancata da Matt Booty, avrebbe quindi manifestato l’intenzione di concentrare le risorse quasi esclusivamente sulle proprietà intellettuali di maggior peso (come le saghe storiche che hanno fatto la fortuna del brand), abbandonando al proprio destino gli studi più piccoli o quelli considerati “brilliant for prestige and rotten for the spreadsheet” (brillanti in termini di prestigio, pessimi per il foglio di calcolo).
Secondo le ricostruzioni degli analisti, che citano il caso recente della chiusura di Tango Gameworks (autrice di Hi-Fi Rush) come precedente, sarebbero a rischio quelle realtà creative che, pur essendo amate dalla critica e dai giocatori di nicchia, non macinano numeri sufficienti a giustificare il loro peso sulla bilancia dei conti.
La crisi dell’hardware e il peso dei componenti
Un ulteriore fattore di pressione – forse il più strutturale – riguarda la produzione delle console. Sharma ha recentemente spiegato che il caro dei componenti, alimentato dalla corsa all’intelligenza artificiale che ha fatto schizzare i prezzi delle memorie e degli storage, ha reso il modello di business tradizionale insostenibile: al punto che l’azienda, attualmente, non riuscirebbe a produrre abbastanza console per soddisfare la domanda.
Questa situazione di stallo si innesta perfettamente nella narrazione delle tre fonti sentite da The Information, secondo cui lo scorporo non sarebbe solo una manovra finanziaria per arginare le perdite, ma anche un modo per alleggerire la capogruppo dall’onere di dover sostenere un comparto hardware i cui costi, per la prossima generazione (nome in codice Helix), rischiano di lievitare in modo incontrollato.




