L'operazione Maduro, il caos venezuelano e la strategia di Marco Rubio
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Redazione Esteri
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Il Venezuela è precipitato in un vuoto di potere, un caos istituzionale che si è spalancato dopo l’arresto del presidente Nicolas Maduro, consegnato alla giustizia americana a seguito di un’operazione militare tanto spettacolare quanto meticolosamente pianificata. Secondo la ricostruzione del New York Times, infatti, il cambio di scenario a Caracas non è stato il frutto di un’improvvisazione, ma l’esito di un lavoro preparato da settimane negli ambienti decisionali statunitensi, dove si era perfino riprodotta in America la villa del tiranno per addestrare i nuclei speciali incaricati del blitz. L’esercito venezuelano, come primo atto in questa fase confusa, ha riconosciuto l’autorità della Rodriguez, una mossa che ha gettato nella più totale incertezza il quadro politico nazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, lasciando intendere una linea di condotta spregiudicata, ha avvertito che chiunque governerà dovrà “fare ciò che è giusto o pagherà un prezzo alto”, aggiungendo, su un altro fronte geopolitico, che la Groenlandia “ci serve per difesa”.
L'architetto della svolta
Se la cattura fisica del leader chavista è stata un’azione militare, la vera architettura politica dell’intera operazione porta un nome e un cognome ben precisi: Marco Rubio. Il Segretario di Stato è diventato, a tutti gli effetti, il personaggio del momento e l’uomo-chiave di questa manovra internazionale, un ruolo che deriva non solo dalla sua carica ufficiale come capo del Dipartimento di Stato, ma da un’accumulazione di poteri che pochi, nella storia americana, hanno detenuto. Rubio, infatti, unisce alla guida della diplomazia quella del National Security Council, la cabina di regia strategico-militare della Casa Bianca, una cumula di funzioni che ricorda, fra i pochi precedenti illustri, quella di Henry Kissinger sotto la presidenza di Richard Nixon. È lui, in sostanza, il vero stratega dell’intera vicenda, colui che ha coordinato intelligence, forze armate e direzione politica per raggiungere l’obiettivo.
La rettifica e i due messaggi
Proprio Rubio si è trovato a dover rettificare e chiarire il primo, più sbrigativo annuncio di Trump sul Venezuela, specificando che “gli Stati Uniti non governeranno direttamente il Venezuela, ma lo influenzeranno”. Una dichiarazione che, come è stato osservato, contiene in realtà due messaggi fondamentali e per certi versi contrapposti. Da un lato, infatti, pare voler rassicurare l’opinione pubblica internazionale sul fatto che Washington non intraprenderà altre avventure militari all’estero con l’obiettivo di un’occupazione diretta, cercando di stemperare le preoccupazioni di un nuovo interventismo. Dall’altro, però, stabilisce senza ambiguità che il paese sudamericano sarà saldamente nell’orbita di influenza statunitense, una sfera nella quale le decisioni cruciali dovranno passare per il vaglio di Washington.
La legittimazione oltre l'ONU
A legittimare l’azione, agli occhi dell’amministrazione americana, non è stato il diritto internazionale o il parere delle Nazioni Unite, bensì il sistema giudiziario interno. Marco Rubio, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 5 gennaio 2026, ha liquidato con disprezzo qualsiasi valutazione esterna, affermando: “Non mi importa cosa dice l’ONU. L’ONU non conosce di cosa stiamo parlando”. La giustificazione ultima risiede, per lui, nello status giuridico di Maduro come imputato negli Stati Uniti: “Maduro è un narcotrafficante incriminato da una Gran Giuria nel distretto sud di New York. Nicolas Maduro è un narcotrafficante incriminato negli Stati Uniti ed è un latitante della giustizia americana”. In questo quadro, quindi, l’operazione assume i contorni di una cattura di un ricercato, più che di un atto di guerra contro uno stato sovrano, una narrazione che mira a bypassare le polemiche sul diritto internazionale per ancorare tutto al rispetto della legge americana.




