La famiglia nel bosco, i genitori diffidano l’assistente sociale: i bambini chiusi a chiave nella stanza durante la notte

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria che ruota attorno a Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori australiano e inglese finiti al centro dell’attenzione mediatica per la loro scelta di vita in un casolare isolato nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, si arricchisce di un nuovo, e aspro, capitolo. I coniugi, tramite i propri difensori — gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas — hanno infatti depositato una diffida nei confronti dell’assistente sociale Veruska D’Angelo, figura chiave nella gestione del caso dopo il provvedimento di allontanamento dei tre minori dalla residenza familiare. L’accusa, contenuta negli atti e riportata da fonti giornalistiche, è di una gravità estrema: la professionista avrebbe disposto che i bambini, durante le ore notturne, vengano chiusi a chiave nella loro stanza all’interno della casa famiglia di Vasto che li ospita insieme alla madre dal 20 novembre. Un provvedimento che, nella ricostruzione degli avvocati, sarebbe stato adottato per impedire potenziali ricongiungimenti notturni con la Birmingham, la quale, sebbene alloggi nello stesso edificio, dorme in un vano separato.

La replica degli avvocati e l’accusa di parzialità

La mossa legale dei Trevallion non si limita a contestare un singolo episodio, ma si inserisce in una strategia più ampia volta a mettere in discussione l’operato della D’Angelo, giudicato dalla difesa come tutt’altro che imparziale. Già nelle scorse settimane, come si legge in un esposto di otto pagine anticipato da alcuni quotidiani, i legali avevano chiesto la revoca dell’assistente sociale, parlando di un “conflitto personale” e di una gestione “ostile e manchevole” della situazione -5-6. Il cuore della contestazione risiede in una presunta violazione del codice deontologico: secondo la difesa, la D’Angelo si sarebbe arrogata il ruolo di “censore”, giudicando come intrinsecamente sbagliato un metodo educativo — quello parentale — semplicemente perché difforme dal proprio, e avrebbe utilizzato la forza dell’autorità pubblica per correggerlo -6. Gli avvocati, in una nota inviata agli enti competenti, hanno definito “inaccettabili e denigratori” i toni utilizzati dalla professionista nelle relazioni ufficiali, sottolineando come in quelle stesse comunicazioni si facesse riferimento a presunte reticenze della madre, e si arrivasse persino a travisare un episodio di intossicazione da funghi dei bambini, descritto — sempre stando alla difesa — come un “avvelenamento dalle conseguenze mortali” scampato solo per intervento di terzi, quasi a voler accentuare la presunta incapacità genitoriale della coppia -2.

Le condizioni in casa famiglia e il dramma raccontato dalla madre

A dare un volto umano e sofferente alle carte bollate è stata la stessa Catherine Birmingham, tornata a parlare dopo settimane di silenzio davanti alle telecamere de “La vita in diretta”. La donna, alla fine di una seduta peritale all’Aquila con la psichiatra nominata dal tribunale per i minorenni, Simona Ceccoli, è apparsa con il volto segnato dalle lacrime e la voce rotta dall’emozione. “Mi sento male, i bambini stanno vivendo nel terrore e paura e io non li posso proteggere, specialmente di notte”, ha dichiarato, descrivendo un clima di angoscia che sembra essere il pane quotidiano dei suoi figli all’interno della struttura protetta -3-7. Le sue parole trovano eco in quanto riferito dalla sorella Rachael, arrivata in Abruzzo dall’Australia insieme alla madre Pauline per far sentire la propria vicinanza: la donna ha parlato di bambini che “si mordono le dita in continuazione”, descrivendo il luogo in cui sono ospitati come “una galera” -10. Anche la psicologa di parte, Martina Aiello, ha riferito di non aver mai visto la madre così provata, aggiungendo che il figlio più piccolo è tormentato da incubi notturni continui, una condizione di sofferenza che la professionista ha ricondotto al trauma della separazione familiare.

Il nodo delle perizie e la richiesta di un ricongiungimento

Mentre il braccio di ferro legale sull’operato dei servizi sociali prosegue, il tribunale dell’Aquila procede con il complesso iter delle valutazioni tecniche. Le perizie psicodiagnostiche sui genitori, affidate alla Ctu Simona Ceccoli, sono in corso e dovrebbero concludersi a breve per poi lasciare spazio all’ascolto dei minori, previsto per i primi giorni di marzo -3. La difesa dei coniugi, in questo frangente, ha avanzato una richiesta precisa: che le prossime sedute peritali possano svolgersi con genitori e figli insieme, possibilmente in un ambiente più neutro e familiare, come il bed & breakfast di Palmoli messo a disposizione della coppia da un imprenditore locale in attesa dei lavori di ristrutturazione del loro rudere nel bosco -2. Secondo i legali, infatti, prolungare la separazione in questa fase, e in un contesto percepito come ostile, non farebbe che acuire il disagio dei bambini, il cui interesse superiore, a loro avviso, risiederebbe in un celere ricongiungimento con i genitori. Una posizione, questa, sostenuta anche dallo psichiatra di parte Tonino Cantelmi, il quale ha sottolineato come non tenere conto del dolore espresso dai minori significherebbe ignorare il loro vero bene -3. La parola, ora, spetta ai giudici, chiamati a valutare se le misure di protezione attuali — compresa la contestata chiusura notturna della porta — rappresentino ancora una necessità improrogabile o se si siano trasformate in una fonte di sofferenza aggiuntiva e non giustificata.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.