Il caso Lyhanna e le ombre lunghe della giustizia francese: dal sospettato al fratello, un secondo arresto per violenza sessuale
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Redazione Esteri
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La Francia, già scossa dall’omicidio di Lyhanna, l’undicenne scomparsa il 29 maggio nel dipartimento del Gers e poi ritrovata senza vita in un silos abbandonato a Puycasquier, deve fare i conti con una nuova, agghiacciante ramificazione giudiziaria. Mentre il dolore per la morte della bambina, amica di scuola della figlia del principale indiziato, si trasformava in rabbia collettiva, le forze dell’ordine hanno tratto in arresto un uomo di 44 anni, il quale risponde a un’accusa pesante e solo apparentemente distante dal dramma principale: violenza sessuale aggravata.
A finire in manette, infatti, è il fratello maggiore di Jérôme Barella, il 41enne già in custodia cautelare con l’accusa di sequestro e omicidio di minore.
A denunciare il 44enne, che vive a sua volta nel dipartimento del Gers, sarebbe stata la sua ex compagna, la quale ha raccontato ai pm un vero e proprio calvario durato un decennio. Le accuse, formalizzate già nel corso del 2024, riguardano presunte violenze sessuali consumate tra il 2007 e il 2017, un periodo durante il quale la donna avrebbe subito anche minacce di morte e atti di sequestro di persona.
Sebbene le indagini su questo fronte siano ancora in una fase preliminare, l’arresto – avvenuto a pochi giorni dall’incarcerazione del fratello – ha fornito ulteriore carburante a un dibattito che infiamma l’opinione pubblica: quello dell’efficienza (o della sua mancanza) del sistema giudiziario transalpino nel proteggere i più deboli e nel gestire i recidivi.
Un sistema che arranca: i precedenti ignorati di Jérôme Barella
Per comprendere la portata dello scandalo, occorre però tornare al nucleo centrale della vicenda, ovvero al profilo del presunto assassino di Lyhanna. Jérôme Barella, padre di famiglia e, guarda caso, ex dipendente di strutture scolastiche (da cui era stato allontanato per comportamenti ritenuti "inappropriati" nei confronti di studentesse), non era affatto uno sconosciuto alle forze dell’ordine.
Le cronache giudiziarie raccontano di un uomo che, nonostante avesse accumulato almeno nove denunce o segnalazioni tra il 2017 e la primavera del 2026 – una mole impressionante di allarmi – era ancora libero di circolare e, secondo l’accusa, di colpire ancora.
La Procura di Auch ha dovuto ammettere pubblicamente un "malfunzionamento" inaccettabile quando ha rivelato i dettagli di una denuncia presentata nell’agosto del 2025. In quell’occasione, la madre di una bambina di appena 10 anni accusò Barella di aver stuprato ripetutamente la figlia. Nonostante la presenza di referti medici che attestavano lesioni compatibili con la violenza sessuale e le testimonianze raccolte, il fascicolo – passato dalla polizia di Tolosa alla magistratura di Auch – subì una serie impressionante di ritardi burocratici.
Il caso rimase fermo per settimane prima di essere assegnato a un investigatore; nei nove mesi intercorsi tra quella denuncia e la scomparsa di Lyhanna, Barella non fu mai convocato né sentito. La giustizia, di fatto, non ha mai avuto uno scambio diretto con lui su quelle accuse.
Il polverone politico e le cifre di un’emergenza silenziosa
Di fronte a queste rivelazioni – a cui si aggiungono un’archiviazione nel 2018 per una relazione con una diciassettenne e un’altra per stupro su una bambina di 7 anni nel 2024 per "mancanza di prove" – il governo francese è passato rapidamente dalla "comprensione" alla "furia". Lo stesso presidente Emmanuel Macron ha parlato di un "fallimento" e di una situazione "inaccettabile", chiedendo un’indagine approfondita.
Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, si è detto "terrorizzato" da queste falle, annunciando la volontà di rivedere a tappeto i procedimenti arretrati: si parla di un backlog di circa tre milioni di denunce complessive, di cui almeno 70mila relative a violenze sessuali.
Secondo i dati della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali sui Minori (CIVIISE), quasi tre denunce su quattro per abusi su minori vengono archiviate, e solo una percentuale irrisoria di queste si conclude con una condanna. L’arresto del fratello dell’indagato principale, in questo contesto, aggrava ulteriormente il senso di fallimento collettivo.
Non si tratta di una "corresponsabilità" familiare nel delitto, ma di un sintomo inquietante: se da un lato il presunto assassino di Lyhanna poteva contare sulla lentezza della macchina giudiziaria, dall’altro la sua cerchia familiare più stretta viene ora associata a dinamiche di violenza domestica rimaste impunite per anni. La Francia, insomma, si scopre vulnerabile su più fronti, dove la protezione dell’infanzia e quella delle donne sembrano inciampare sugli stessi, vecchi ingranaggi.




