Operazione Metro Surge, le retate dell'ICE tra numeri, polemiche e il caso di Minneapolis
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Redazione Esteri
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È denominata “Operazione Metro Surge” l’iniziativa, avviata all’inizio di dicembre, con la quale la United States Immigration and Customs Enforcement intensifica, sotto la presidenza di Trump, le attività mirate all’identificazione e alla successiva espulsione di immigrati privi di un regolare permesso di soggiorno. Se i comunicati ufficiali del Dipartimento per la Sicurezza Interna pongono l’accento, com’è nello stile di questa amministrazione, sulla cattura dei soggetti più pericolosi, definiti senza mezzi termini “the worst of the worst”, un esame più attento delle statistiche fornite dalle stesse autorità federali suggerisce un quadro differente: la gran parte degli arrestati, infatti, non risulta essere stata precedentemente coinvolta in reati penali. Una discrepanza, questa, che alimenta il dibattito sui reali obiettivi della campagna, la quale si inserisce in un contesto operativo divenuto via via più pervasivo e tecnologicamente avanzato.
Telefoni, riconoscimento facciale e l'ombra di un episodio fatale
L’impiego di dispositivi personali da parte degli agenti durante le retate, da Chicago a Minneapolis, sta sollevando interrogativi non trascurabili in merito ai metodi e alle tutele. Cellulari e smartphone, ormai, non servono soltanto per coordinare le operazioni, ma vengono utilizzati sistematicamente per filmare gli interventi, scansionare i volti delle persone attraverso applicazioni dedicate e raccogliere dati biometrici in tempo reale, ampliando in maniera significativa – e per molti versi opaca – l’archivio informativo a disposizione delle forze dell’ordine. Una prassi che ha conosciuto una brusca e tragica accelerazione mediatica dopo che le immagini registrate da un funzionario dell’ICE hanno documentato i momenti precedenti alla morte di Renee Good, la donna uccisa da colpi d’arma da fuoco sparati da un agente mentre tentava di allontanarsi in automobile durante un tentativo di fermo a Minneapolis.
L'arresto dei minori e il clima di paura nelle scuole
Proprio l’area metropolitana di Minneapolis, del resto, è teatro di alcuni degli episodi più controversi legati all’operazione, quelli che hanno per protagonisti bambini in età scolare. Nelle ultime settimane, infatti, gli agenti federali hanno fermato quattro studenti minorenni, tra i quali un bambino di cinque anni e una bambina di dieci, prelevati insieme ai genitori in prossimità degli istituti che frequentano o mentre facevano ritorno a casa. La sovrintendente del distretto scolastico di Columbia Heights ha denunciato con forza la presenza di pattugliamenti insoliti nei pressi degli edifici scolastici, descrivendo un clima di terrore che si è rapidamente diffuso tra insegnanti e famiglie, molte delle quali – è stato precisato – hanno presentato regolare domanda di asilo e non erano destinatarie di alcun provvedimento di espulsione. Una situazione che rischia di minare, secondo le autorità locali, quel senso di sicurezza indispensabile per la serenità dell’intero sistema educativo.
Le inchieste e il nodo delle procedure
Oltre al caso della donna uccisa, sul quale le indagini sono ancora in corso per accertare le precise dinamiche e la eventuale sussistenza di reati, le morti avvenute nei centri di detenzione per immigrati contribuiscono ad accrescere la tensione intorno all’operato dell’ICE. Se ne contano ormai diverse, ciascuna oggetto di accertamenti giudiziari che cercano di far luce su condizioni di trattenimento e su prassi mediche, in un contesto dove la saturazione delle strutture, dovuta all’aumento degli arresti, potrebbe avere influito sulla qualità dei controlli. L’attenzione delle procure, in sostanza, si sta concentrando sempre più non solo sulle singole azioni degli agenti durante gli arresti, ma anche sulla catena di responsabilità e sulle procedure interne che governano la detenzione, un capitolo che rischia di aprire nuovi fronti di contenzioso legale contro l’agenzia federale.




