Pedro Sánchez contro le corde: la rivolta degli alleati sulla regolarizzazione dei migranti
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Redazione Esteri
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La narrazione del premier spagnolo, quella che lo dipinge come il baluardo del progressismo europeo capace di coniugare diritti sociali e crescita economica, inizia a scricchiolare paurosamente sotto i colpi di una crisi politica interna. La scelta, apparentemente autonoma e sovrana, di regolarizzare mezzo milione di immigrati irregolari si è trasformata in una miccia che ha fatto esplodere le fragili alleanze di governo, mettendo in discussione la tenuta stessa dell’esecutivo. In Spagna, milioni di immigrati si sono messi in fila per ore per presentare la domanda per quel permesso di un anno che consente di lavorare in qualsiasi settore, ma è proprio la procedura – avviata il 16 aprile e aperta fino al 30 giugno – a rappresentare il nodo politico più spinoso per Sánchez, costretto a difendersi non solo dall’opposizione, ma anche dai partner della coalizione che ne contestano le modalità e i tempi.
Tuttavia, è oltre i Pirenei che il malcontento si è trasformato in un vero e proprio terremoto diplomatico, capace di ribaltare le presunte certezze del presidente. La destra francese, infatti, ha scelto la linea dura: parole come “catastrofe per l’intera Europa” e “tradimento” risuonano nei corridoi del Parlamento europeo, accompagnate da una proposta che ha dell’incredibile, ossia quella di mettere la Spagna “al bando” delle nazioni civili. A chiedere un intervento drastico è l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau, oggi candidato a destra per l’Eliseo, il quale non solo ha sollecitato l’espulsione di Madrid dall’area Schengen, ma ha minacciato di ripristinare i controlli fisici al confine franco-iberico, al fine di bloccare un flusso che i francesi definiscono di “massa” e che, secondo Marine Le Pen, rischia di mettere in ginocchio il sistema sociale d’oltralpe.
La paura dell’effetto domino e la crepa diplomatica
Ciò che preoccupa Parigi, ma anche Bruxelles, non è tanto la natura umanitaria del provvedimento spagnolo – giustificato da Sánchez come una “necessità” per far fronte all’invecchiamento della popolazione e alla carenza di manodopera – quanto la prospettiva futura sancita dalle leggi europee. È vero, la Spagna ha provato a rassicurare i vicori, specificando che il nuovo Titolo di soggiorno è valido solo all’interno dei propri confini. Eppure, la normativa comunitaria lascia spazio a un pericoloso cortocircuito giuridico: se per cinque anni i cosiddetti “nuovi spagnoli” possono muoversi per turismo in Europa solo per 90 giorni ogni 180, allo scadere di quel termine, possono richiedere il “permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo”. Per molti Stati membri, che stanno invece inasprendo le politiche sul Patto per la Migrazione e l’Asilo (pensando ai rimpatri e all’inasprimento delle frontiere), questo rappresenta uno scavalcamento inaccettabile delle regole, un messaggio fuorviante per i trafficanti di esseri umani.
La situazione è paradossale: mentre l’Unione Europea alza i muri e Bruxelles guarda con “forti riserve” a questa misura – tanto da aver richiesto un dibattito urgente al Parlamento Europeo – il governo spagnolo sembra procedere in totale solitudine, convinto di poter gestire autonomamente un’emergenza che ha invece ricadute continentali immediate. Il candidato Retailleau è stato chiaro: il pericolo è che la Spagna diventi una semplice “testa di ponte” per chi vuole raggiungere il welfare del Nord Europa e, per questo, ha chiesto che Madrid venga "messa al bando", sottolineando che i flussi migratori non sono una competenza esclusivamente nazionale quando distorcono la libera circolazione.
I termini stretti del decreto e lo scontro sull’esecuzione
Per beneficiare della sanatoria, che rappresenta un evento storico per dimensioni (paragonabile solo a rare occasioni del passato come nel 2005), i richiedenti devono soddisfare requisiti molto specifici: essere entrati in Spagna prima del 31 dicembre 2025, dimostrare di risiedere nel Paese da almeno 5 mesi al momento della presentazione della domanda e, soprattutto, non avere precedenti penali. L’apertura ufficiale delle domande, calendarizzata fino alla fine di giugno, ha trasformato gli uffici immigrazione in luoghi di ressa e attesa, con milioni di persone in fila che sperano di poter entrare nel mercato del lavoro legale.
Tuttavia, il vero campo di battaglia rimane quello politico e mediatico. Sánchez aveva costruito la sua immagine internazionale su un presunto realismo progressista, ma la piega degli eventi dimostra che le sue scelte rischiano di isolare la Spagna nel contesto europeo proprio mentre la destra conservatrice, forte dei risultati elettorali e delle nuove presidenze (se si considera che Trump è alla Casa Bianca da oltre un anno e che il vento è cambiato anche a Berlino e Parigi), guadagna terreno. I partner di coalizione, in particolare quelli più sensibili alle istanze dei movimenti sociali e al tempo stesso sotto pressione per i costi della transizione ecologica e del caro vita, iniziano a vedere la scelta migratoria come un boomerang elettorale. Non si tratta più di solidarietà, ma di mera sopravvivenza politica: tenere insieme una maggioranza che oscilla tra l’orgoglio per la difesa dei diritti e il terrore di perdere consensi a causa delle ricadute pratiche di questa regolarizzazione selvaggia.




