Giorgia Meloni chiama Elly Schlein, e dopo le polemiche sulla «clava» si riapre un canale tra Palazzo Chigi e il Nazareno sulla crisi in Iran
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
«Wilma, dammi la clava!», l’iconico grido di Fred Flintstone riecheggiava per anni nelle case degli italiani, ma oggi l’evocazione di quell’arma preistorica, più volte tirata in ballo dalla segretaria del Partito democratico per descrivere i modi della presidente del Consiglio, sembra aver lasciato spazio a un confronto, seppur cauto e tutto sommato ancora diffidente, che si è concretizzato in una serie di contatti telefonici avviati da Giorgia Meloni con i leader dell’opposizione. La premier, dopo l’appello all’unità lanciato in Parlamento in merito alla delicatissima situazione in Medio Oriente e al conflitto che coinvolge l’Iran, ha preso in mano il telefono e ha chiamato, uno dopo l’altro, i principali esponenti del fronte oppositivo: non solo Elly Schlein, dunque, ma anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, i due leader di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e ancora Carlo Calenda di Azione e Matteo Renzi di Italia Viva. Una ridda di telefonate, queste, che hanno spezzato di fatto il gelo dei giorni scorsi, quando le parole in Aula erano state tutt’altro che concilianti, con la stessa Schlein che aveva più volte invitato la presidente a «posare la clava», salvo poi dover prendere atto della chiamata arrivata direttamente da Palazzo Chigi.
Se il celebre cartone animato ambientato nell’età della pietra faceva sorridere, la realtà politica italiana resta invece complessa, e la telefonata tra le due leader non ha affatto cancellato le distanze programmatiche e le reciproche diffidenze. La segretaria dem, intervistata dal Domani e raggiunta dai cronisti a margine di un incontro a Venezia, ha confermato l’avvenuto colloquio, spiegando che con Meloni «siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che sarà necessario», una formula volutamente vaga che lascia intendere un canale aperto ma non certo un tavolo di confronto permanente e istituzionalizzato. Schlein, nel raccontare lo scambio, ha voluto però ribadire con forza la sua posizione sul merito della crisi internazionale, sottolineando come il conflitto in Medio Oriente rimanga «molto preoccupante» e come la priorità, oltre alla solidarietà concreta ai militari italiani coinvolti nell’attacco alla base di Erbil, debba essere quella di una netta presa di posizione del governo nei confronti delle azioni belliche. Da qui l’affondo, nemmeno troppo velato: «Se hanno un canale privilegiato con Trump», ha dichiarato la segretaria riferendosi all’amministrazione statunitense guidata dal presidente, «gli chiedano ora di fermarsi».
Dagli insulti in Aula al filo diretto, la cronaca di una giornata di tensioni e aperture
La genesi di queste telefonate, va detto, affonda le radici in un clima parlamentare rovente, dove le parole non sono certo state pesate con il bilancino del farmacista. Lo stesso presidente del Consiglio, in una nota diffusa nelle ore precedenti ai contatti, aveva voluto mettere nero su bianco la propria versione dei fatti, lamentando di essere stata bersaglio di «insulti personali» e di espressioni tutt’altro che edificanti, da «serva» a «ridicola», passando per «imbarazzante» e «pericolo per l’umanità», epiteti che sarebbero stati pronunciati da esponenti dell’opposizione nel corso del dibattito alla Camera. Meloni, nel replicare a stretto giro alle accuse di chiusura, aveva tenuto a sottolineare come il suo fosse stato «un appello al dialogo sincero e pubblico», di fronte al quale però era arrivata solo una ridda di ironie e di condizioni definite «surreali» per sedersi a un tavolo. «Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto», aveva scandito la presidente, respingendo al mittente le metafore preistoriche usate dalla sua omologa del Pd e ribadendo che se l’opposizione avesse cambiato idea, il governo sarebbe stato pronto ad aprire un confronto. Un balletto di dichiarazioni, questo, che sembrava preludere a un’ulteriore giornata di scontri, e che invece si è magicamente trasformato in una serie di contatti diretti, quasi a voler dimostrare che quando la posta in gioco è la politica estera e la sicurezza nazionale, i canali, volenti o nolenti, vanno tenuti aperti.
A fare da contraltare alle parole della segretaria dem, infatti, sono arrivate quasi in contemporanea le aperture di altri esponenti dell’opposizione, a dimostrazione che l’iniziativa di Meloni è stata recepita in modo differenziato. Carlo Calenda, leader di Azione, ha parlato di piena disponibilità a partecipare a un confronto, mentre da Italia Viva hanno parlato di una proposta «arrivata in ritardo ma ben accolta», con l’accordo che per ora le informazioni viaggeranno attraverso «le vie brevi» di messaggi e telefonate. Più sfumata, come prevedibile, la posizione di Giuseppe Conte, che continua a guardare con sospetto all’iniziativa, ricordando le «passerelle» sul salario minimo e ribadendo che il luogo naturale del confronto resta e deve restare il Parlamento. E mentre i leader politici si rincorrevano con dichiarazioni e precisazioni, sullo sfondo restavano i fatti concreti: l’attacco subìto dalla base italiana di Erbil, che ha portato a un temporaneo ripiegamento del contingente, e la necessità di fare quadrato attorno all’interesse nazionale, un’esigenza che, al netto delle clavi più o meno metaforiche, sembra aver suggerito a tutti, almeno per un giorno, di abbassare i toni e alzare il telefono.




