Affittopoli reale, l'inchiesta del Parlamento britannico che sfiora William e Kate

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La maestosa facciata di una tradizione secolare, che da sempre regola con norme non scritte i rapporti tra la Corona e il Paese, mostra oggi crepe profonde dinanzi al rigore contabile richiesto dai tempi moderni. I deputati di Westminster, infatti, hanno avviato un esame minuzioso per accertare l’entità effettiva dei canoni versati dai membri della famiglia reale per le loro residenze, le quali, seppur nominalmente in capo al sovrano come parte del Crown Estate, costituiscono di fatto un patrimonio dello Stato valutato circa diciassette miliardi di euro. Questo patrimonio, gestito formalmente per il beneficio della collettività, cela al proprio interno meccanismi di locazione che, come sta emergendo, garantirebbero ai reali condizioni estremamente vantaggiose, se non del tutto simboliche.

Il patrimonio del re e gli affitti "a valore zero"

Re Carlo, com’è noto, dispone di un possedimento immobiliare sterminato, che si estende ben oltre i confini nazionali, comprendendo anche proprietà in luoghi come la Transilvania. Una parte significativa di queste dimore, però, viene concessa in uso ad altri componenti della famiglia Windsor, i quali, secondo le ricostruzioni, corrisponderebbero in molti casi canoni di mercato puramente nominali. La questione, rimasta a lungo nell’ombra di consuetudini antiquate, ha cominciato a guadagnare una visibilità scomoda quando è diventato pubblico lo squilibrio tra il valore del Royal Lodge, la residenza a Windsor, e l’affitto irrisorio corrisposto da Andrea. Quel caso ha agito da detonatore, innescando una verifica a tappeto da parte degli organismi di controllo su tutti i contratti di locazione che legano i vari reali al Crown Estate.

Il nodo giudiziario e la svolta di Carlo

Le vicende personali del fratello del re, del resto, hanno pesato non poco nel portare la questione degli affitti sotto i riflettori dell’opinione pubblica. La sua associazione con il finanziere Jeffrey Epstein, condannato per gravissimi reati prima della morte, ha generato un pressante dibattito sulla necessità di un netto distacco della monarchia da quella figura. Re Carlo, di fronte a tali pressioni, ha quindi operato una serie di decisioni drastiche, culminate nella revoca dei titoli e delle onorificenze di Andrea e nella sua espulsione dalla residenza del Royal Lodge. Una separazione netta, sancita anche dalla sua esclusione dalle celebrazioni natalizie a Sandringham, che ha proceduto di pari passo con la rinuncia dello stesso Andrea all’utilizzo del Titolo di duca di York.

Le conseguenze politiche di un sistema opaco

La spirale degli eventi ha dunque costretto il Parlamento a interrogarsi su una pratica che, se applicata a qualsiasi altro cittadino, apparirebbe come un privilegio ingiustificato. L’attenzione si è ora spostata anche su altri componenti della famiglia, come il principe Edoardo, anch’egli beneficiario di condizioni di locazione straordinariamente favorevoli per una magione di rappresentanza. La somma simbolica di un “grano di pepe”, che caratterizzerebbe tali accordi, ha spinto i deputati a valutare l’apertura di un’inchiesta formale, volta a far luce sulla reale portata di queste agevolazioni e sulla loro compatibilità con il principio di trasparenza e di equo uso del patrimonio pubblico. Un esame che, inevitabilmente, tocca da vicino l’operato dell’intera istituzione monarchica nel suo rapporto con beni che, pur tecnicamente della Corona, sono considerati a beneficio della nazione.

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