Gli psicologi israeliani: per gli ex ostaggi un ritorno alla vita in quattro mesi
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Redazione Esteri
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Ieri è stato un giorno di festa, la gioia era nell'aria perché da due anni aspettavamo il rilascio da parte di Hamas degli ultimi ostaggi rimasti in vita. Tuttavia, per i 20 cittadini israeliani sopravvissuti ad una situazione orribile per 737 giorni e finalmente tornati a casa da oggi cambierà tutto, e lo abbiamo già visto con gli altri ostaggi. Per settimane andranno incontro a incubi, flashback, problemi di insonnia, paura di restare da soli e di uscire di casa. Gaza, Noa ritrova il suo fidanzato Avinatar: il bacio dopo due anni. La coppia simbolo del 7 ottobre di nuovo insieme Famiglie divise. Coppie spezzate. Padri e madri in preda all’angoscia. Fratelli e sorelle con un vuoto nel cuore. Per gli ostaggi e le loro famiglie sono stati 738 giorni di buio. Due anni di privazioni, abusi, dolore, angoscia e paura di morire. È iniziato tutto il 7 ottobre 2023: quando Hamas decise di scatenare su Israele l’operazione Diluvio ad Al-Aqsa. Incursioni, uccisioni, distruzione e rapimenti.
Il peso psicologico della prigionia
Israele, i racconti degli ostaggi dopo l’orrore: «In catene e senza cibo, non camminavamo più» «Non sapevo più se fosse mattina o notte. Tutto era uguale, il tempo non esisteva, il cielo era scomparso». È un racconto fatto a bassa voce, una confessione di cui quasi si vergogna, chi per due anni ha vissuto l’orrore. Le voci degli ostaggi sono lo specchio di una vita sventrata, l’eco di una psicologia fatta a pezzi. I medici ascoltano i rapiti usciti dai tunnel bui di Hamas e capiscono che le cure saranno molto difficili. Dopo 48 ore, i primi racconti degli ex ostaggi.
Una pagina storica per Israele
Un articolo del quotidiano progressista Haaretz comincia con una frase che riassume alla perfezione il significato di questi giorni israeliani: «Per la prima volta in oltre due anni, nessun ostaggio ancora vivo è nelle mani di Hamas». È quel «per la prima volta» che fa comprendere la portata storica di questo momento. Nei tunnel della Gaza martoriata dalle bombe, non ci sono più uomini e donne d’Israele. Se ne vanno molti, di quei fantasmi che per mesi hanno popolato l’immaginario collettivo di una nazione intera, lasciando il posto a persone in carne e ossa che devono ora affrontare il faticoso cammino della ricostruzione interiore.
Il percorso di recupero
Gli specialisti che li hanno in cura, ascoltandone i primi frammenti di testimonianza, delineano un percorso di recupero che, sebbene estremamente complesso, potrebbe condurli a un ritorno alla normalità in un arco di circa quattro mesi. Un lavoro duro, come lo definiscono loro stessi, che dovrà affrontare strati profondi di trauma, dove la privazione sensoriale e la costante minaccia hanno eroso le fondamenta stesse della personalità. Si tratterà di ricostruire, pezzo dopo pezzo, la fiducia nel mondo e in se stessi, partendo dalle piccole cose che per loro sono state a lungo un lusso inimmaginabile: la luce del sole, il sapore di un pasto, l’abbraccio di un familiare.




