Il paradosso del cloud sovrano: Zunino (Netalia) avverte, non basta conservare i dati in Italia
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Redazione Economia
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Il dibattito attorno al cloud, ormai è chiaro a tutti, ha da tempo travalicato i confini delle mere valutazioni tecniche per insediarsi stabilmente nell’agenda politica e industriale del Paese. Se ne discute in termini di sicurezza nazionale, di competitività delle imprese e, soprattutto, di autonomia strategica. Eppure, proprio quando il termine “sovranità” viene invocato con sempre maggiore frequenza, il rischio di svuotarlo di significato concreto diventa più insidioso. Michele Zunino, amministratore delegato di Netalia, cloud provider italiano tra i primi a ottenere le qualificazioni dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale per la gestione di dati strategici e critici, mette in guardia da una percezione superficiale del problema. La sua tesi, snocciolata nel corso di diversi interventi pubblici e presentazioni di settore, è lineare nella sua radicalità: non è sufficiente che un server sia fisicamente posizionato sotto le Alpi o nella Pianura Padana per poter parlare di cloud sovrano -1.
Il punto cruciale, secondo Zunino, risiede in quella che definisce la "residenza giuridica" del dato. Una sfumatura, questa, che fa la differenza tra una semplice delocalizzazione del ferro e un reale perimetro di tutela. Se l’entità con cui si stipula il contratto è soggetta a un diritto straniero, se la proprietà intellettuale del software o le chiavi crittografiche fanno capo a una giurisdizione extra-europea, allora la localizzazione del data center diventa un elemento necessario ma non sufficiente. Il controllo effettivo, in scenari di tensione geopolitica o di fronte a richieste di accesso da parte di governi terzi (si pensi al Cloud Act statunitense), potrebbe rivelarsi un’illusione -1-6. La sovranità, per Zunino, è una catena di controllo che deve vedere tutti gli anelli, dall’infrastruttura alla governance aziendale, operare all’interno dello stesso perimetro normativo, quello italiano ed europeo.
La dipendenza dagli hyperscaler e il nodo della competitività
Il mercato italiano del cloud, del resto, fotografa una realtà fatta di numeri impietosi. Il giro d’affari complessivo, in forte crescita come testimoniano i rapporti degli osservatori specializzati, vede una fetta preponderante delle quote saldamente in mano ai cosiddetti hyperscaler statunitensi. I provider nazionali, al contrario, arrancano con percentuali di mercato che oscillano attorno a valori marginali, a volte inferiori al 5% -1-5. Questa asimmetria non rappresenta solo una questione di orgoglio campanilistico, ma si traduce in una dipendenza tecnologica che espone il Sistema Paese a rischi concreti. Non si parla soltanto di possibili intrusioni o spionaggio industriale, sia chiaro, ma anche di disponibilità del servizio e, aspetto forse meno appariscente ma ugualmente determinante, di potere decisionale. Affidare i propri dati e i propri processi a un fornitore che non ha un presidio giuridico solido in Italia significa, in ultima analisi, delegare a terzi scelte strategiche che potrebbero non coincidere con gli interessi nazionali -5-7.
In questo contesto, Zunino sottolinea come la risposta non possa essere un ripiegamento autarchico su soluzioni on-premise, ormai inadeguate per sostenere i ritmi dell’innovazione e i modelli di business contemporanei. La sfida è semmai quella di costruire un’alternativa credibile, un ecosistema nazionale del cloud che sappia coniugare la scalabilità e l’elasticità tipiche del public cloud con la certezza di operare sotto un ombrello normativo noto e protettivo -1-7. Un’alternativa che deve passare per la collaborazione tra imprese italiane, come dimostra il caso di Netalia con il suo framework Cassiopea sviluppato in partnership con Reply, portando applicativi complessi su infrastruttura nazionale in modalità Software as a Service -1. Si tratta, in sostanza, di dimostrare che è possibile innovare senza per questo dover abdicare al controllo.
Qualificazioni, compliance e il ruolo della PA
Un tassello fondamentale in questo mosaico è rappresentato dal quadro regolatorio e dalle certificazioni. Netalia è stata tra i primi operatori a fregiarsi delle qualificazioni QI3 e QC3 rilasciate dall’ACN, un lasciapassare indispensabile per poter trattare i dati più sensibili della pubblica amministrazione, da quelli sanitari a quelli della difesa e della giustizia -6. Un riconoscimento che, agli occhi di Zunino, non è un semplice bollino ma la dimostrazione pratica di come un provider nazionale possa offrire garanzie impensabili per un operatore extraeuropeo, per quanto grande e strutturato. La compliance, in questo senso, viene integrata a monte nella progettazione stessa dei servizi, un approccio che viene definito "compliance by design" e che riguarda l’architettura, l’implementazione e la gestione quotidiana delle piattaforme -2.
La pubblica amministrazione, del resto, è chiamata a svolgere un ruolo da traino. La Strategia Cloud Italia e il Polo Strategico Nazionale rappresentano le direttrici lungo le quali si sta muovendo il processo di migrazione, con l’obiettivo dichiarato di riportare il controllo delle informazioni pubbliche all’interno di un perimetro di sicurezza e trasparenza certificato -3-8. Il percorso, però, è ancora irto di ostacoli. Da un lato, la stratificazione di sistemi informativi obsoleti rende complessa e costosa la modernizzazione; dall’altro, permane un gap di competenze specialistiche che le amministrazioni faticano a colmare -3. Ed è qui che l’alleanza con privati virtuosi e certificati, secondo la visione di Zunino, diventa non solo opportuna ma necessaria per colmare il deficit e garantire che la transizione al cloud non sia un semplice cambio di fornitore, ma un vero salto di qualità in termini di autonomia e sicurezza per l’intero tessuto economico e istituzionale del Paese -3-7.
Oltre i data center: la piattaforma e il controllo
L’infrastruttura, quindi, è solo la base. Il valore aggiunto di un cloud provider che ambisca a definirsi realmente sovrano risiede nella capacità di offrire piattaforme e servizi che mantengano le stesse caratteristiche di controllo e trasparenza. Netalia, spiega Zunino, opera su una propria piattaforma di public cloud, erogata attraverso data center ridondati e interconnessi sul territorio italiano, all’interno dei quali vengono create delle "bolle" virtuali isolate per ogni cliente -6. Un modello che garantisce l’impermeabilità tra i diversi tenant e che permette anche a integrati e aziende con elevate competenze di costruire architetture complesse, basate su container e microservizi, restando però all’interno del perimetro di legge italiano -6.
L’obiettivo dichiarato è quello di garantire quella che viene definita "libertà dal vendor", evitando il temuto lock-in che costringerebbe l’azienda o l’ente a dipendere in eterno dalle scelte e dai prezzi di un unico fornitore -7. In un’ottica di multi-cloud consapevole, il provider nazionale può diventare l’interlocutore privilegiato per gestire i carichi di lavoro più critici e i dati sensibili, lasciando magari agli hyperscaler internazionali applicazioni meno strategiche ma che richiedono specifiche capacità di calcolo. Una divisione dei ruoli che, se governata con intelligenza, permetterebbe di coniugare il meglio delle due realtà: l’innovazione e la scala dei giganti globali con la sicurezza giuridica e la prossimità di chi, come Netalia, ha fatto della sovranità il proprio mantra operativo -2-7.




