Falsi certificati per evitare i Cpr, perquisizioni per oltre venti medici in tutta Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Polizia di Stato, attraverso il Servizio Centrale Operativo di Roma e la Squadra Mobile di Ravenna, sta eseguendo dalle prime ore di mercoledì 16 settembre una serie di perquisizioni locali, personali e informatiche disposte dalla Procura di Ravenna nei confronti di oltre venti professionisti sanitari. L'ipotesi investigativa riguarda la presunta formazione e il rilascio di certificazioni mediche false, presumibilmente destinate a impedire il trattenimento di cittadini stranieri irregolari presso i Centri di permanenza per i rimpatri.

Le città coinvolte e il quadro giudiziario

I decreti di perquisizione interessano professionisti attivi in diverse città italiane, da nord a sud: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese, con il concorso delle Squadre Mobili territorialmente competenti. Destinatari dei provvedimenti sono, a eccezione di un solo caso, medici non iscritti nel registro delle persone nei cui confronti si svolgono le indagini preliminari.

L'operazione odierna rappresenta una prosecuzione dell'inchiesta avviata nei mesi scorsi dalla Procura ravennate, che aveva già portato a perquisizioni analoghe a carico di otto medici all'epoca in servizio presso il reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Ravenna.

L'indagine sui camici bianchi ravennati

Nei confronti degli otto professionisti del nosocomio romagnolo sono ipotizzati i reati di falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificati considerati falsi dagli inquirenti. Per tre di loro, su ordinanza della Gip Federica Lipovscek, era scattata l'interdizione dalla professione per dieci mesi; per gli altri il divieto di occuparsi di certificazioni destinate ai Cpr.

Secondo quanto ricostruito, i medici avrebbero attestato condizioni cliniche non corrispondenti al vero, in particolare presunte infezioni da scabbia o tubercolosi, al fine di far risultare i pazienti non idonei al trasferimento nei centri di permanenza.

I numeri dell'inchiesta e le chat agli atti

Dagli atti dell'indagine emerge che, tra settembre 2024 e gennaio 2026, dei 64 irregolari accompagnati in ospedale per la visita di idoneità, 44 erano tornati liberi: 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi agli accertamenti. Nelle conversazioni finite agli atti, una dottoressa si definiva «anarchica e antagonista», mentre un infettivologo non indagato scriveva a una collega: «Bene! Gli facciamo il c...o a questi maledetti sbirri».

Interpellato in merito, il professionista ha confermato la paternità del messaggio, sostenendo tuttavia che si tratterebbe di uno stralcio decontestualizzato, nato da un momento di nervosismo durante una conversazione con una collega in difficoltà.

Le reazioni politiche

Sul caso sono intervenuti esponenti di maggioranza. Il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini, in un post sui social, ha dichiarato: «Se riconosciuti colpevoli, radiazione dall'albo dei medici e pagamento dei danni, di tasca propria, per le mancate espulsioni di tutti i clandestini che avrebbero protetto. Altro che giuramento di Ippocrate, se fosse confermata l'accusa questi avrebbero 'giurato' in un centro sociale».

Il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha invece sottolineato la necessità di «accertare se, dietro i casi già emersi a Ravenna, vi sia un fenomeno più ampio e organizzato volto a incrementare flussi migratori illegali sul nostro territorio nazionale».

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