Afragola, violenza sessuale di gruppo su un giovane disabile: tre arresti dopo mesi di abusi e umiliazioni
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Redazione Interno
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I carabinieri della stazione di Afragola, in provincia di Napoli, hanno eseguito nella mattinata di oggi, giovedì 12 marzo, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Napoli Nord su richiesta della procura di Aversa, nei confronti di tre persone gravemente indiziate dei reati di violenza sessuale di gruppo e atti persecutori aggravati. Il provvedimento, che i militari dell’Arma hanno notificato ai destinatari bloccandoli e traducendoli in carcere, rappresenta il culmine di indagini complesse, condotte anche attraverso attività tecniche, e coordinate dal procuratore aggiunto Anna Maria Lucchetta, la cui nota ufficiale ha tracciato i contorni di una vicenda che ha dell’incredibile per la sua ferocia. La vittima, un giovane affetto da una disabilità che lo pone in una condizione di particolare vulnerabilità, sarebbe stato costretto a subire violenze sessuali in concorso tra loro dai tre indagati, i quali, come si legge negli atti depositati, avrebbero approfittato in modo sistematico della sua fragilità.
La dinamica degli abusi e il luogo del primo stupro
Le ricostruzioni fornite dagli inquirenti dipingono un quadro agghiacciante, nel quale il ragazzo, che frequentava un centro polifunzionale per programmi terapeutici e aveva iniziato a prestare gratuitamente il suo aiuto in un negozio della zona, sarebbe stato attirato con un pretesto nel retro di quell’esercizio commerciale. Fu proprio in quell’angolo appartato, lontano da sguardi indiscreti, che si sarebbe consumato il primo, violento episodio di violenza sessuale di gruppo, un atto che i tre avrebbero addirittura ripreso con un telefono cellulare, trasformando l’orrore in un oggetto di scherno e, successivamente, in uno strumento di ricatto morale. La registrazione, della cui esistenza la vittima forse nemmeno sospettava, sarebbe diventata il perno attorno al quale hanno ruotato le indagini, perché è stata proprio la circolazione di quel video, finito in rete e visto da alcuni sconosciuti, a rompere il muro di silenzio e paura.
La scoperta del video e la denuncia della vittima
Il momento di svolta, che ha permesso di far luce su questa storia di soprusi, è arrivato in modo del tutto casuale e drammatico. Alcune persone, estranee alla famiglia del ragazzo, si sono presentate a casa della madre riferendo di aver visto in rete un video che ritraeva il giovane mentre subiva violenze. Fu a seguito di quella segnalazione, e della consapevolezza che le proprie umiliazioni erano state riprese e messe in piazza, che il ragazzo trovò la forza di confessare l’incubo vissuto, presentando denuncia contro i suoi aguzzini. Dalle dichiarazioni del giovane e dagli accertamenti tecnici, è emerso che le violenze non si sono limitate al singolo episodio di stupro, ma si sono protratte per diversi mesi, durante i quali la vittima sarebbe stata sottoposta a una vera e propria persecuzione: aggressioni fisiche, violenze verbali, ingiurie, offese e una valanga di atti denigratori che miravano a distruggere la sua dignità, trasformando ogni sua uscita in un incubo.
Le indagini e il rischio di reiterazione del reato
Il lavoro degli investigatori, che si è avvalso di intercettazioni e riconoscimenti fotografici, ha permesso di raccogliere un grave quadro indiziario a carico dei tre, rivelando un clima di vessazione quotidiana e costante. Gli stessi atti persecutori, del resto, rappresentano l’aggravante che ha aggravato la posizione dei tre indagati, i quali avrebbero continuato a bersagliare la loro vittima anche dopo che questa aveva formalizzato la denuncia. Proprio la continuità delle minacce, alcune delle quali rivolte anche ai familiari del giovane nel tentativo di farlo desistere dal procedimento, unitamente al pericolo di inquinamento delle prove e alla concreta possibilità che i delitti potessero essere reiterati, hanno convinto il giudice a disporre la misura più afflittiva, quella del carcere, per i tre presunti responsabili, interrompendo così una catena di violenze che sembrava non avere fine.




