L'Italia condannata per la morte di Riccardo Magherini, la Cedu evidenzia le carenze
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La Corte europea dei diritti dell'uomo, con una sentenza depositata il 15 gennaio 2026, ha dichiarato la responsabilità dello Stato italiano nella morte di Riccardo Magherini, il fiorentino deceduto la notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014 durante un intervento dei carabinieri in Borgo San Frediano. L'uomo, che si trovava in stato di alterazione psicofisica a causa della cocaina ed era convinto di essere inseguito, venne bloccato, ammanettato e mantenuto in posizione prona a torso nudo per almeno un quarto d'ora. I giudici di Strasburgo, pur astenendosi dall'esaminare nel merito le responsabilità penali individuali degli agenti – già assolti nel procedimento nazionale – hanno stabilito una violazione dell'articolo 2 della Convenzione, quello che protegge il diritto alla vita.
Il cuore della sentenza: la mancanza di "assoluta necessità"
Il fulcro della pronuncia, che condanna l'Italia a risarcire i familiari per i danni morali subiti, risiede nella valutazione dell'operato delle forze dell'ordine. La Corte ha rilevato come non sussistesse, nelle circostanze concrete, quella "assoluta necessità" che avrebbe potuto giustificare il mantenimento di un soggetto, già ammanettato, in una posizione di immobilizzazione a terra per un tempo prolungato. Una posizione, quella prona, universalmente riconosciuta come potenzialmente pericolosa perché può compromettere la respirazione, specialmente in condizioni di agitazione e alterazione come quelle in cui versava Magherini. La sentenza, dunque, non contesta in linea di principio l'intervento per sedare una persona in evidente difficoltà, ma ne critica le modalità esecutive, ritenute sproporzionate e non conformi agli standard richiesti per la protezione della vita.
Le carenze strutturali evidenziate dalla Corte
Oltre al giudizio sulla condotta specifica, i giudici hanno messo in luce delle gravi lacune di natura sistemica, che travalicano la singola, tragica vicenda. La sentenza sottolinea come le linee guida e i protocolli operativi in vigore all'epoca dei fatti fossero carenti sotto un profilo fondamentale: non fornivano, infatti, istruzioni chiare e dettagliate sul corretto posizionamento degli individui durante l'immobilizzazione a terra, né tantomeno indicazioni operative specifiche per mitigare i rischi per l'integrità fisica delle persone sottoposte a tali tecniche. Questa omissione, secondo la Corte, privava gli agenti di strumenti conoscitivi essenziali per gestire situazioni complesse e ad alto rischio, lasciando spazio a interpretazioni e pratiche che potevano rivelarsi fatali. Si trattava, in altre parole, di un quadro normativo e procedurale inadeguato a garantire quel dovere di diligenza che lo Stato deve ai cittadini, anche quando questi vengono posti in stato di costrizione.
Le implicazioni di una sentenza che guarda al sistema
La condanna emessa dalla Cedu, pertanto, assume un significato che va ben oltre il caso specifico, pur nella sua drammaticità. Essa segnala con chiarezza la necessità di una revisione approfondita e sistematica dei protocolli d'intervento delle forze di polizia, con particolare riferimento alle tecniche di contenzione fisica. La pronuncia impone una riflessione obbligata sulla formazione del personale e sull'aggiornamento delle procedure, che devono essere basate sulle migliori evidenze scientifiche e mediche disponibili per prevenire decessi in custodia. La sentenza, nel suo rigore giuridico, rappresenta un monito sulle conseguenze che possono derivare dall'utilizzo di metodi non sufficientemente codificati e sorvegliati, indicando nella carenza di direttive precise un elemento di responsabilità diretta dello Stato.




