Il caso Crosetto a Dubai e i veleni incrociati: l’intelligence non controlla i ministri, ma l’ombra degli affari resta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastati un volo di linea verso Dubai e un attacco missilistico dall’altra parte del Golfo per far emergere le crepe di un governo che, sulla carta, si presenta come il più coeso degli ultimi anni. Da giorni, ormai, la compagine guidata da Giorgia Meloni deve fare i conti con un interrogativo che tiene banco nelle cronache politiche e, soprattutto, nei colloqui riservati dei ministeri: cosa ci faceva il ministro della Difesa, Guido Crosetto, negli Emirati Arabi Uniti mentre gli Stati Uniti di Donald Trump e Israele scatenavano l’operazione soprannominata “ruggito del leone” contro l’Iran? La risposta, almeno quella ufficiale, è arrivata ieri durante la presentazione della relazione annuale dell’intelligence a Montecitorio, ed è affidata alle parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica.

Secondo quanto ricostruito, e ribadito con una certa fermezza dal diretto interessato, le agenzie di intelligence — Aise e Aisi su tutte — non sarebbero tenute a vigilare sugli spostamenti privati dei membri dell’esecutivo; un concetto, questo, che Mantovano ha voluto specificare con precisione quasi certosina, forse per blindare il ministro da ulteriori attacchi. La legge 124 del 2007, ha tenuto a sottolineare il sottosegretario, vieta espressamente attività di controllo nei confronti di una serie di persone, tra le quali rientrano a pieno Titolo gli esponenti politici, e Crosetto, in fin dei conti, aveva parlato di “ferie con la famiglia”. Ciononostante, l’impressione che trapela dagli ambienti ministeriali è che la vicenda abbia creato più di un imbarazzo, non fosse altro per il fatto che né la presidente del Consiglio né il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, sembravano essere stati informati preventivamente di quella trasferta; e se Tajani, interpellato in merito, ha inizialmente glissato dichiarandosi all’oscuro di tutto, il sospetto che la macchina della diplomazia parallela abbia cigolato è diventato presto un dato di fatto.

Ma la questione, inevitabilmente, non si esaurisce qui. Perché se da un lato Mantovano può anche rivendicare la liceità del comportamento — e lo fa ricordando che l’operatività del dicastero non è mai venuta meno nonostante il ministro fosse all’estero — dall’altro lato rimane aperto il nodo degli incontri che Crosetto potrebbe aver avuto durante la sua permanenza a Dubai. Una circostanza, quest’ultima, che il sottosegretario ha preferito non commentare, lasciando senza risposta le domande di chi, come il Fatto Quotidiano, ha sollevato il caso di possibili colloqui istituzionali, incluso quello pubblicamente attestato dal suo omologo emiratino sui social network. Se a ciò si aggiunge la questione della sicurezza personale, ovvero l’assenza della scorta durante quei giorni, si comprende come il polverone sollevato dalle opposizioni non sia destinato a placarsi facilmente. Elly Schlein, dal canto suo, continua a chiedere che sia proprio Meloni a riferire in Aula, mentre Giuseppe Conte parla senza mezzi termini di “disastro” e di escalation senza controllo.

E mentre le polemiche si intrecciano con le dichiarazioni di Crosetto — che in un’intervista al Corriere della Sera ha smentito seccamente qualsiasi attrito con la premier, definendo “incommentabile” chi parla di una Meloni furibonda e ribadendo la propria estraneità a interessi personali negli Emirati — il governo è chiamato a prendere decisioni ben più gravose. Il contesto mediorientale, infatti, impone scelte rapide e ponderate al tempo stesso: i paesi del Golfo, con i quali Meloni ha costruito un canale privilegiato, e Cipro, ripetutamente bersaglio di droni, hanno formalizzato richieste di assistenza militare. Si parla di sistemi di difesa aerea, di batterie SAMP/T da inviare per intercettare missili balistici, e di un possibile dispiegamento navale nel Mediterraneo orientale che potrebbe vedere protagoniste fregate della classe Fremm come la Virginio Fasan o la Federico Martinengo, se non addirittura il cacciatorpediniere Caio Duilio. Una risoluzione-cornice, ricalcata su modelli già sperimentati in passato, verrà messa ai voti dopo le informative che Tajani e Crosetto terranno oggi alle Camere: un passaggio parlamentare necessario per legittimare un contributo che, di fatto, allinea l’Italia agli Stati Uniti e agli alleati europei come Francia e Gran Bretagna, già presenti nell’area con propri assetti.

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