Burqa vietato a scuola, il governo modifica la Legge Reale: cosa prevede il provvedimento
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Redazione Interno
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Il divieto di indossare burqa e niqab negli istituti scolastici italiani è destinato a diventare legge, andando a modificare la cosiddetta "Legge Reale", la norma che dal 1975 disciplina il divieto di travisamento nei luoghi pubblici. L'annuncio è arrivato direttamente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel corso del convegno Fenix, davanti ai ragazzi della Gioventù nazionale di Fratelli d'Italia.
Il provvedimento era stato prospettato già nei giorni scorsi dal ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che aveva anticipato l'intenzione di introdurre una norma specifica per gli ambienti scolastici.
Il quadro normativo della Legge Reale
La legge 22 maggio 1975, n. 152, all'articolo 5 vieta l'uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. Nel corso degli anni, diverse proposte di modifica si sono susseguite per chiarire cosa debba intendersi per "giustificato motivo".
Un disegno di legge presentato nel 2007 dal senatore Malan proponeva di specificare che non costituiscono giustificato motivo esigenze legate a motivazioni etiche, religiose, politiche o sociali, né l'asserita tutela del pudore. La materia è tornata più volte all'attenzione del Parlamento, con iniziative che miravano anche a elevare il reato da contravvenzione a delitto, prevedendo l'arresto obbligatorio in flagranza.
Le misure annunciate dalla premier
«Sta per arrivare in Consiglio dei ministri un provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe, e introduce l'obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l'italiano. Inoltre sarà introdotto il divieto di burqa e niqab. A scuola si va a viso scoperto e in Italia nessuno, in nome di una vera o presunta tradizione, può decidere che una giovane donna debba nascondersi».
La misura sul tetto massimo di studenti stranieri per classe fissa la soglia al 30 per cento, in linea con quanto già previsto dalle circolari ministeriali sulla formazione delle classi. Il ministero dell'Istruzione ha chiarito che eventuali deroghe saranno possibili per le scuole che operano in contesti ad alta densità migratoria, subordinatamente alla presentazione di piani di intervento specifici per il recupero linguistico.
I precedenti nelle scuole italiane
Il caso più noto di studentesse con il velo integrale in aula risale al febbraio 2025, all'istituto superiore Sandro Pertini di Monfalcone, in provincia di Gorizia. Un piccolo gruppo di ragazze frequentava le lezioni indossando il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi. La scuola aveva risolto la questione sul piano organizzativo, facendo identificare le studentesse all'ingresso in una stanza riservata prima dell'inizio delle lezioni.
La dirigente scolastica aveva motivato la scelta con l'esigenza di non spingere le ragazze all'abbandono scolastico, privilegiando un ambiente di serenità e fiducia. Secondo i dati disponibili, i casi di burqa o niqab nelle scuole italiane restano comunque marginali, con episodi isolati e localizzati.
La disciplina vigente e il dibattito giuridico
L'ordinamento italiano non prevede attualmente un divieto generalizzato del velo integrale nei luoghi pubblici. La sentenza n. 3076 del 2008 del Consiglio di Stato ha bocciato l'ipotesi di un divieto fondato esclusivamente su ragioni di pubblica sicurezza, lasciando però aperta la strada a regolamenti e leggi settoriali motivati da specifiche esigenze didattiche o di identificazione.
A livello europeo, le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 2014 e del 2017 hanno legittimato i divieti del volto coperto nei luoghi pubblici invocando la tutela delle relazioni interpersonali e il principio del "vivere insieme". La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, con la sentenza del 15 luglio 2021, ha confermato la legittimità delle politiche di neutralità negli ambienti lavorativi ed educativi, riconoscendo il diritto dei genitori a far educare i figli da personale che non manifesti ostentazioni religiose.
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