La Meloni a Milano: «Per i giudici varrà solo il merito, quante mistificazioni. Questa non è una legge contro i magistrati»
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Redazione Interno
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Le vie attorno al teatro Franco Parenti di Milano, ieri pomeriggio, si presentavano blindate in un dispiegamento di forze dell'ordine che lasciava presagire l'eccezionalità dell'evento, e non solo per la presenza della presidente del Consiglio. Giorgia Meloni ha scelto lo storico palcoscenico milanese, tradizionalmente legato alla cultura progressista, per il suo primo — e forse unico — comizio pubblico in vista dell'appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, concentrando in quaranta minuti di discorso il nerbo della sua argomentazione a sostegno del Sì. Di fronte a una sala gremita e a decine di relatori che si erano alternati nel corso del pomeriggio, la premier ha voluto sgombrare il campo da quelle che ha definito «mistificazioni», respingendo al mittente le accuse di una presunta deriva illiberale che, a suo dire, ogni volta che si prova a cambiare qualcosa in Italia viene agitata come uno spettro. Non una legge contro i magistrati, ha tenuto a sottolineare, ma un intervento pensato per il bene di coloro che, nella loro carriera, non si sono mai piegati alla logica spartitoria delle correnti.
Il cuore dell'intervento, scandito da un ritmo oratorio che mirava dritto alla pancia dell'elettorato, si è articolato attorno alla necessità di spezzare un meccanismo che produrrebbe «decisioni surreali sulla pelle dei cittadini». Meloni ha dipinto uno scenario da cui, a suo avviso, solo una vittoria del Sì potrebbe sottrarre il Paese: magistrati negligenti che continuano a fare carriera, e conseguenze dirette sulla sicurezza quotidiana della gente. Il riferimento, esplicito e volutamente provocatorio, è andato a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», una sequenza di immagini forti che la presidente ha legato alla possibilità concreta che, senza la riforma, queste persone possano tornare a mettere a repentaglio l'incolumità pubblica. Ha citato, quasi a voler fornire un campionario del malagiudiziario, episodi di antagonisti che devastano le stazioni ferroviarie senza conseguenze e casi di minori allontanati dai genitori per via di scelte di vita non convenzionali, come vivere in un bosco, mentre nessuno interverrebbe di fronte allo sfruttamento minorile. La cornice del teatro, del resto, era stata appositamente allestita per amplificare questo messaggio: quattro sale tematiche dedicate ai punti della riforma — separazione delle carriere, riforma del Csm, Alta corte — e un parterre di ospiti che mescolava figure istituzionali, giornalisti di area, influencer creati persino con l'intelligenza artificiale e vittime di presunti errori giudiziari, in un allestimento pensato per coniugare la profondità della discussione giuridica con la leggerezza della comunicazione popolare.
L'appello al voto e la stoccata a chi spera in un suo passo indietro
Superata la metà del suo intervento, la presidente ha voluto rivolgersi direttamente a coloro che, pur non amando il suo esecutivo, potrebbero trovarsi concordi sul merito della riforma. Con una battuta che ha strappato più di un sorriso in platea, Meloni ha suggerito a chi la detesta di votare comunque Sì, dal momento che, come ha chiarito senza mezzi termini, non esiste alcuna possibilità che lei si dimetta in caso di sconfitta. «Se votate No, vi tenete questo governo e pure una giustizia che non funziona. Non mi pare un grande affare», ha scandito dal palco, ribaltando la logica di chi sperava di trasformare la consultazione in un plebiscito sulla sua persona. Ha definito «stravaganti» le ricostruzioni giornalistiche che la volevano dilaniata dall'incertezza sulla partecipazione all'evento, rivendicando con ironia la propria intatta determinazione: «Non sono dilaniata, e non ho mai avuto dubbi». L'invito, ripetuto quasi come un ritornello, è stato quello di non restare a casa, di non girarsi dall'altra parte, perché quella croce sul Sì rappresenterebbe molto più di un voto: l'idea stessa del futuro che si intende lasciare in eredità alle prossime generazioni.
L'assedio della sicurezza e il confronto con l'Europa
All'esterno del teatro, la tensione era palpabile ma contenuta. Un piccolo gruppo di manifestanti, appartenenti a Potere al Popolo e a collettivi studenteschi, ha provato a farsi sentire scandendo slogan contro la premier e chiedendo le dimissioni del governo, definendo l'evento «l'ennesima passerella» e accusando il Parenti di essersi macchiato di complicità politiche. Il quartiere, per l'occasione, era stato letteralmente militarizzato, con un cordone di polizia e carabinieri a presidio dell'area, a testimonianza di quanto la partita referendaria sia sentita come cruciale dall'esecutivo. Sul palco, intanto, la presidente del Consiglio ha respinto anche le critiche di chi la accusa di antieuropeismo, sottolineando un dato che ha definito incontrovertibile: la separazione delle carriere è già in vigore in ventuno dei ventisette paesi dell'Unione Europea. «O sono tutti scivolati verso una deriva illiberale — ha chiosato — oppure siamo noi quelli rimasti indietro». Un passaggio, questo, studiato per blindare la riforma sotto il profilo della legittimità comunitaria e per mettere in difficoltà chi, da posizioni progressiste, contesta l'intervento evocando principi di giustizia che altrove, invece, troverebbero applicazione differente.
La riforma e i suoi interpreti, tra palco e cronaca
A impreziosire la kermesse, o quantomeno a fornirle un crisma di autorevolezza, è stata la presenza di numerosi magistrati e giuristi favorevoli al Sì, accanto a figure del centrosinistra come Anna Paola Concia e Luigi Marattin, a dimostrazione di una volontà di allargare il consenso oltre i confini tradizionali del partito. Ma l'intervento che ha preceduto quello della premier, e che simbolicamente ha chiuso la parte dedicata ai testimonial, è stato affidato al maresciallo Luciano Masini, il carabiniere che all'inizio del 2025, a Rimini, uccise un immigrato che aveva appena accoltellato diverse persone — posizione archiviata per legittima difesa — e che ha ispirato la norma sullo scudo penale inserita nel decreto Sicurezza. La scelta di dare voce a chi ha vissuto sulla propria pelle il rischio di finire sotto inchiesta per aver fatto il proprio dovere, in un contesto dedicato alla riforma della giustizia, ha rappresentato il trait d'union perfetto tra la cronaca e la proposta politica, chiudendo il cerchio di una giornata in cui il governo ha voluto mettere in scena, con tutti i crismi della comunicazione moderna, la propria battaglia per cambiare le regole del gioco.




