Manchester United, ancora un addio: dopo quattordici mesi è già finita l'era di Ruben Amorim

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il saluto, secco e disilluso, è risuonato nella sala stampa di Elland Road come un epitaffio. "Hi guys", ha esordito Ruben Amorim, sedendosi con l'aria di chi, pur non mostrando apertamente il turbamento, non ha proprio nulla da aggiungere se non la constatazione di una giornata – e di un'esperienza – finita male. Quell'arrivederci ai giornalisti, pronunciato lunedì, è stato l'atto formale che ha preceduto di poco l'annuncio ufficiale: il club di Manchester ha sollevato dall'incarico il tecnico portoghese dopo appena quattordici mesi dall'approdo a Old Trafford, un periodo che, stando ai risultati e alla percezione generale, è sembrato molto più lungo e faticoso. La panchina, che non scotta più ma brucia con fiamma costante, è dunque di nuovo vacante, mentre il club affida la squadra ad interim a Darren Fletcher, già alla guida dell'Under 18, con l'intenzione dichiarata di trovare una figura di transizione che accompagni i Red Devils fino al termine di una stagione ormai priva di obiettivi prestigiosi.

La caccia al settimo uomo

Si apre quindi, inevitabile, la ridda dei nomi per il successore, un dibattito che i tifosi vivono con un senso di stanco déjà-vu. Dallo svizzero Oliver Glasner all'italiano Enzo Maresca, passando per altre ipotesi che circolano nella rumorosa piazza inglese, la lista dei potenziali candidati è già lunga, ma nessuno di essi, almeno al momento, sembra possedere quella aurea quasi mitologica che servirebbe per affrontare una sfida diventata ciclopica. Il prossimo sarà, non dimentichiamolo, il settimo allenatore chiamato a sedere sulla panchina della prima squadra da quel lontano 2013, anno in cui Sir Alex Ferguson lasciò il club dopo un'era di trionfi. Un passaggio di consegne che, da allora, non ha mai smesso di essere traumatico, trasformando quello che un tempo era il trono più ambito del calcio inglese in una poltrona bollente dalla quale è difficile alzarsi senza scottature.

Il peso dei numeri e dei trofei mancati

A raccontare la parabola discendente, più delle parole, sono i freddi conti e gli scaffali della bacheca, che da oltre un decennio non si arricchiscono di quei titoli che contano davvero per un club dalle ambizioni globali. Dal post-Ferguson in avanti, infatti, il Manchester United non è più riuscito a imporsi né in Premier League né in Champions League, le due competizioni che rappresentano il vero metro di giudizio per una società di tale portata. Le uniche consolazioni, se così possono essere definite, sono arrivate sul fronte nazionale, con la conquista di due FA Cup, due Carabao Cup e due Community Shield, a cui si aggiunge il successo in Europa League. Trofei certamente di valore, ma che appaiono come monete di piccolo taglio se paragonati al patrimonio di un tempo, e che non bastano a placare l'ansia di riscatto di una piazza che sente di aver smarrito la sua identità vincente.

Un ciclo che non si chiude

La partenza di Amorim, dunque, non è che l'ultimo capitolo di una narrazione fatta di false partenze e speranze disattese, un libro i cui paragrafi sono costellati da cifre esorbitanti – si parla di 125 milioni di sterline spesi solo per esoneri e relative liquidazioni – che testimoniano un approccio dispersivo e poco lungimirante. Mentre la dirigenza si prepara a una nuova, delicatissima scelta, il club sembra oscillare tra la tentazione di un ritorno al passato, con alcune voci che accennano a un possibile nuovo coinvolgimento di Ole Gunnar Solskjær, e la ricerca di una svolta definitiva con un profilo diverso. Un'incertezza che, al di là delle singole personalità, riflette una difficoltà di fondo nel tracciare una rotta chiara, lasciando la sensazione che, senza un progetto solido e condiviso, qualsiasi nome verrà chiamato dovrà fare i conti prima con la storia recente che con quella gloriosa.

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