Cure, la malinconia diventa festa generazionale per 40mila a Firenze
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Redazione Cultura e Spettacolo
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“Non so quanto dureremo ancora, non vorrei vedermi a 80 anni sul palco con la dentiera…”. Lo confessò Robert Smith, l’enigmatica icona dei Cure, quasi un quindicennio fa. Oggi il cantante, che di anni ne conta 67, sembra aver deciso di prendersi diverse deroghe sui tempi della pensione; la dentatura, a giudicare dalla prova sul palco, è decisamente a posto, mentre il rossetto rimane puntuale sulle labbra, contornato da quel cerone nero ormai diventato un marchio di fabbrica.
A chiudere l’edizione 2026 del Firenze Rocks, dopo il rock esplosivo di Lenny Kravitz e il pop istrionico di Robbie Williams, ci hanno pensato proprio loro, i profeti del lato oscuro del rock, richiamando oltre 40mila fedelissimi alla Visarno Arena del Parco delle Cascine. Una folla sterminata, composta non solo dai reduci degli anni Ottanta - quelli che nei loro primi temibili anni di riflusso trovarono proprio nelle melodie di Smith un’ancora di salvezza - ma anche da giovanissimi, conquistati da un sound capace di trascendere le mode.
Un viaggio tra new wave e nuove consapevolezze
Impostisi come uno dei gruppi simbolo della new wave britannica, i Cure hanno sempre ruotato intorno alla personalità carismatica del loro indiscusso leader, resistendo ai cambiamenti musicali grazie a una inesauribile vena compositiva che non accenna a esaurirsi. Alle 21.30 in punto, accolti da un’attesa resa ancora più vibrante dal rumore simulato di pioggia e tuoni diffuso dagli altoparlanti, Robert Smith e i suoi sono saliti sul palco insieme, dando il via a uno spettacolo di oltre due ore.
La formazione, che ha visto al basso il fido Simon Gallup affiancato dal figlio Eden (subentrato al posto del compianto Perry Bamonte), insieme a Jason Cooper, Roger O’Donnell e Reeves Gabrels, ha subito immerso la platea in un viaggio onirico. L’avvolgente “Alone”, cardine dell’ultimo lavoro “Songs of a Lost World”, ha fatto da apripista a una cavalcata oscura che ha alternato i grandi classici del repertorio a chicche meno note, confermando uno stato di forma artistica ancora invidiabile.
Il tempo sospeso del rock e la forza dei classici
Nonostante la fama di profeti della malinconia, il concerto non è stato affatto un funerale. Smith, con la sua chioma spettinata ad arte e i movimenti goffi ma trascinanti, si è concesso spesso sorrisi e balletti, specialmente durante i bis più scanzonati come “The Lovecats” o “Why Can’t I Be You?”. La scaletta, che ha spaziato dall’esistenziale “Pictures Of You” alla potenza dark di “A Forest”, fino alla dolceamara svolta pop di “Just Like Heaven”, ha dimostrato come la band abbia saputo passare indenne tra le epoche senza mai snaturarsi.
“Lullaby”, con la sua claustrofobia suadente, ha fatto da contraltare all’energia di “In Between Days”, mentre le recenti “A Fragile Thing” e la struggente “Endsong” hanno regalato quelle riflessioni sulla perdita e sul futuro che rendono il nuovo album un’opera scurissima, ma stranamente vitale.
L’eredità sonora di una notte fiorentina
Dunque, alla domanda se valesse la pena attendere fino alla terza sera del festival per la sola data italiana, i 40mila presenti hanno risposto con un coro collettivo che si è levato potente su “Boys Don’t Cry”. La band ha regalato due ore e un quarto di musica senza soluzione di continuità, pescando a piene mani da un catalogo che include capolavori come “Disintegration” e “Wish” e aggiornandolo con le sfumature del presente.
Smith, circondato dalle chitarre sognanti e da un basso pulsante, ha dimostrato che il tempo, se accolto con la giusta ironia e trasformato in arte, non è un nemico. La pensione può attendere, eccome. E mentre la folla si disperdeva nella notte fiorentina, l’impressione era quella di aver assistito a una di quelle prove di resistenza (gentile, ma resistenza) che solo certi veterani sanno ancora regalare, senza bisogno di retorica o di orpelli.




