La mappa dei contagi e il nodo della filiera ittica
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Redazione Salute
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Il sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni, ha formalmente chiesto l’intervento del prefetto Michele di Bari, lamentando il peso eccessivo che il recente divieto di somministrazione e consumo di frutti di mare crudi sta esercitando su pescatori, venditori e ristoratori dei Campi Flegrei. La missiva, indirizzata alla prefettura, mira a rappresentare le difficoltà economiche di una filiera che, di fatto, si trova paralizzata dall’onda lunga dell’emergenza sanitaria, mentre il meccanismo giudiziario e quello epidemiologico cercano di fare luce su un focolaio che ha ormai valicato i confini regionali. La tensione, evidentemente, è palpabile tra l’esigenza di tutela della salute pubblica, concretizzatasi in misure restrittive immediate, e la necessità di non asfissiare un comparto che rappresenta un’economia storica per il territorio.
I numeri del contagio e l’inchiesta della procura
A sostenere l’urgenza della situazione sono i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso il sistema di sorveglianza Seieva, che confermano un’impennata significativa rispetto agli anni precedenti. Nel 2025, lo si legge nei report, i casi di epatite A in Italia sono stati 631, un numero ben più alto dei 443 registrati nel 2024; ma è nei primi mesi del 2026 che la curva ha subito un’accelerazione decisa, con 160 casi soltanto a marzo, concentrati soprattutto tra la seconda metà di febbraio e l’inizio del mese successivo. Lazio, Campania e Puglia risultano le regioni maggiormente colpite da questo trend. Nel dettaglio, nel Lazio si contano circa 120 casi, con Roma che ne registra circa 50 e la provincia di Latina che ha fatto segnare 24 segnalazioni e 6 ricoveri. L’attenzione, in questo contesto, non è solo clinica ma anche investigativa: la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo, ipotizzando il reato di commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute, mentre i carabinieri del Nas stanno setacciando la filiera per risalire all’origine della contaminazione.
L’ipotesi della contaminazione e la situazione in Puglia
Le indagini, in particolare, si stanno concentrando su una partita di frutti di mare, ritirata il 20 febbraio, che sarebbe alla base del picco epidemico; l’ipotesi più accreditata è che si tratti di molluschi contaminati provenienti dalla Campania, i quali, una volta distribuiti, avrebbero innescato i focolai secondari nel Lazio. Non si esclude, come stanno verificando gli inquirenti, che possa esserci stato un mescolamento tra prodotto locale e lotti importati dall’estero, una pratica che renderebbe ancora più complesso il tracciamento della filiera. L’epidemiologa Maria Chironna, osservando il fenomeno, ha sottolineato come, sebbene non vi siano elementi per parlare di allarmismo generalizzato, l’aumento dei casi – una quindicina solo nei primi tre mesi dell’anno – rappresenti comunque un campanello d’allarme da non trascurare, raccomandando la vaccinazione come strumento di prevenzione fondamentale.




