Il Giubileo della Speranza si chiude nelle diocesi, i vescovi indicano la famiglia e l'inclusione
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Redazione Interno
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La conclusione dell'Anno Santo a livello diocesano, avvenuta ieri 28 dicembre, ha visto i vescovi presiedere le celebrazioni eucaristiche nelle proprie cattedrali, tracciando un bilancio spirituale di un percorso che, aperto il 29 dicembre del 2024, si avvia ora verso la chiusura definitiva in Vaticano. Le omelie, pur nella diversità delle solennità locali, hanno delineato alcuni cardini comuni, sottolineando come il Giubileo abbia rappresentato non un punto d'arrivo ma una chiamata a proseguire il cammino. A Macerata, il vescovo Nazareno Marconi, che ricopre anche la carica di presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, ha incentrato la sua riflessione sulla famiglia, descritta come il sigillo terreno di un amore che travalica i confini umani per congiungersi a quello divino. "Il Vangelo della socialità – ha affermato – passa attraverso la famiglia che coinvolge nella fedeltà i genitori e i figli", indicando in questo nucleo il fondamento di una pace autentica, dono del Giubileo stesso.
Memoria e impegno per il futuro
La chiusura di un'esperienza spirituale così significativa impone, secondo la sapienza della Chiesa ricordata da Marconi, un duplice movimento interiore: fare memoria delle grazie ricevute e assumere l'impegno di farle fruttare nel tempo a venire. È un concetto che, evitando qualsiasi trionfalismo, sposta l'attenzione sul quotidiano e sulla responsabilità personale. In questa linea si è mosso anche l'arcivescovo di Foggia, monsignor Giorgio Ferretti, il quale ha voluto lanciare un monito preciso contro ogni forma di esclusione. "Nessuno sia escluso per nostra pigrizia", ha detto durante una partecipata celebrazione, presentando l'immagine di una Chiesa che, madre buona, guarda al mondo non con distacco ma con compassione e speranza attiva, ereditando lo spirito del motto giubilare "Peregrinantes in Spem".
Il cammino continua come pellegrini
La dimensione del pellegrinaggio, intrinseca al concetto stesso di Giubileo, è stata richiamata con forza come paradigma di un'esistenza cristiana sempre in movimento, mai appagata o statica. L'idea di essere "pellegrini della speranza", tratta dalla bolla di indizione di Papa Francesco, diventa così la chiave di lettura per interpretare non solo l'anno trascorso ma anche la fase che seguirà la solenne chiusura in San Pietro. Questo tempo speciale, che Papa Leone XIV concluderà il prossimo 6 gennaio, ha dunque operato nelle Chiese particolari una sollecitazione a ripensare la propria presenza nel mondo, a partire dai legami familiari fino all'accoglienza più ampia, nella convinzione che l'amore di Dio si dispieghi proprio attraverso queste vie concrete di relazione e fedeltà.
Un bilancio tra ringraziamento e responsabilità
Le celebrazioni, pertanto, non hanno avuto il sapore di una semplice festa conclusiva ma di un rendimento di grazie carico di prospettiva. L'atmosfera non è stata quella della nostalgia per un evento che finisce, bensì della consapevolezza per un seme gettato che ora chiede di essere coltivato. Le parole dei presuli hanno evitato toni celebrativi autoreferenziali, concentrandosi piuttosto su ciò che l'Anno Santo "ha operato" nei credenti e sulle comunità, interrogandosi su quale eredità spirituale lascerà. Senza cedere a generalizzazioni, si è messo in luce come la speranza cristiana, radicata in Cristo, trovi il suo banco di prova nelle relazioni quotidiane, in quella "via della pace" che, dischiusa dal Giubileo, attraversa la complessità degli affetti familiari e l'apertura coraggiosa verso l'altro.




