Guerra nel Golfo, in Veneto rincari per 3 miliardi per elettricità, gas e carburanti
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Redazione Economia
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La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la riesplosione della guerra tra Stati Uniti e Iran, continua a far sentire i propri effetti sull'economia reale. A cinque mesi dall'inizio delle ostilità, l'Ufficio studi della CGIA di Mestre ha stimato che, per il solo Veneto, il conto dei rincari di elettricità, gas e carburanti si attesterà intorno ai 3 miliardi di euro nel corso del 2026.
Un dato che si inserisce in un quadro nazionale altrettanto preoccupante, dove l'aggravio complessivo sfiora i 29 miliardi di euro, con la regione veneta che si conferma tra le più esposte insieme a Lombardia ed Emilia-Romagna.
Il peso dei carburanti e delle bollette
La voce più pesante di questa stangata, per le famiglie e le imprese venete, è quella legata ai carburanti, dove benzina e diesel da soli incidono per circa 1,3 miliardi di euro, con un incremento dei prezzi che ha già superato il 20 per cento rispetto all'anno precedente. Un fenomeno che si riflette in modo tangibile nei distributori, dove in alcune aree della regione il gasolio ha già superato la soglia dei due euro al litro, un livello che mette in forte difficoltà non solo gli automobilisti, ma l'intero sistema logistico e produttivo.
Sul fronte delle utenze domestiche, la situazione non è da meno: l'energia elettrica peserà per oltre un miliardo di euro, mentre il gas comporterà un extra costo di 611 milioni, contribuendo ad aumentare la pressione su bilanci già provati da un'inflazione che si conferma "vischiosa" e lenta a rientrare, come sottolineato dal Centro Studi di Confindustria.
L'allarme di Confindustria: crescita a rischio
L'impatto di questi rincari non si limita al costo immediato, ma investe in pieno le prospettive di crescita del sistema paese e, di riflesso, del Veneto. L'allarme lanciato da Confindustria è chiaro: la guerra in Iran, riesplosa a luglio, ha già frenato il Pil nel secondo trimestre e rischia di prolungare il rallentamento anche nel terzo, in un contesto di incertezza geopolitica massima che ha fatto immediatamente risentire il prezzo del petrolio.
Un segnale preoccupante arriva dal credito: la domanda di prestiti da parte delle imprese sta aumentando, ma non per finanziare nuovi investimenti; i finanziamenti servono principalmente a pagare le bollette energetiche e a difendere la liquidità, un indicatore che evidenzia la fragilità del tessuto produttivo.
Le misure del governo e le criticità
Di fronte a questo scenario, il governo sta valutando nuove misure per fronteggiare il caro energia. L'ipotesi al momento più concreta è il ricorso alle accise mobili, un meccanismo che permetterebbe di utilizzare il maggiore gettito IVA derivante dall'aumento dei prezzi per finanziare uno sconto temporaneo sulle imposte dei carburanti, ma il cui effetto concreto, stimato tra i 7 e i 10 centesimi al litro, potrebbe rivelarsi limitato.
Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, ha chiarito che i margini di manovra sono stretti e che la flessibilità concessa dall'Unione Europea, pari a circa lo 0,3 per cento del Pil, non potrà essere utilizzata per un taglio generalizzato delle accise, ma sarà destinata ad altri interventi su energia e investimenti.
Un sistema senza margini
A rendere la situazione ancor più critica è la fragilità strutturale del sistema energetico globale, evidenziata in un'analisi del Fondo Monetario Internazionale. La resilienza mostrata dal mercato nei primi mesi di crisi è stata possibile grazie al massiccio ricorso alle scorte mondiali, che ora si stanno però assottigliando pericolosamente, e alla capacità produttiva extra-Golfo, anch'essa quasi al limite.
Questo significa che, nell'eventualità di un prolungamento del conflitto o di nuovi shock, gli spazi di manovra per assorbirli senza una nuova, violenta impennata dei prezzi sarebbero ormai esigui, lasciando l'economia veneta e italiana esposta a un'incertezza che rischia di tradursi in una prolungata fase di stagnazione.
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