L’Ernia al Forum fra soldi e sentimenti e la scenografia con il Tribunale di Milano
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è solo un concerto, il suo, ma una messa in scena che trasforma il palco in un’aula di tribunale. E così, nella prima delle tre date milanesi che chiudono il tour, Matteo Professione – il trentaduenne noto come Ernia, rapper che da tempo sconfina nel pop con disinvoltura tra hit come “Superclassico” e la più recente “Per te” – ha portato il suo pubblico all’Unipol Forum di Assago per un vero e proprio “processo”. Lui, che chiamano il “Duca di Milano”, è tornato a casa: quella città dove si era esibito la prima volta davanti a cinquanta persone, e dove ora, a cinque album di distanza, si ritrova davanti a un palazzetto stracolmo. A fare da sfondo, una scenografia imponente che riproduce un’aula del Tribunale di Milano, a simboleggiare un giudizio che non è solo il suo, ma che sembra estendersi a un’intera generazione.
Il processo come spettacolo, il pubblico come giuria
A precedere l’ingresso sul palco, sui maxi-schermi scorrono le immagini di un flashback biografico. C’è la maestra che lo sgrida, quella che già alle elementari lo apostrofa con quel soprannome – “Ernia” – che poi gli sarebbe rimasto incollato addosso per la carriera. E poi le urla della madre che lo richiama a casa, frammenti di un’infanzia in cui tutti sembravano indicargli la strada. In questo setting, il cantante si cala nei panni di un imputato che deve rispondere delle sue scelte: i soldi guadagnati, i sentimenti traditi in nome del successo, la fama che allontana dalle origini. La dedizione del pubblico, dal canto suo, è impressionante, e non si lascia tracciare in un identikit unico. Ci sono gruppi di amiche che si abbandonano a cori a squarciagola, coppie che si tengono per mano approfittando delle atmosfere più intime, comitive di ragazzi sciamati dalla provincia, e persino qualche irriducibile che si è presentato da solo, armato di quella solitudine che pure è uno dei temi ricorrenti del suo repertorio.
Milano, la città del cuore e il ritorno alle origini
L’appellativo di “Duca”, per Ernia, non è mai stato solo una questione di stile o di facciata; è un riconoscimento che affonda le radici in un legame viscerale con Milano, la città dove è cresciuto e dove la sua carriera ha preso forma. Stasera, dopo aver girato i palazzetti d’Italia, il ritorno rappresenta una sorta di chiusura del cerchio: l’artista si confronta con il suo “primo” pubblico, quello che lo ha visto esordire in spazi ridotti e che oggi lo acclama in una struttura da dodicimila posti. L’allestimento del Tribunale, con tanto di banco e scranni, non è un semplice orpello scenico, ma diventa il filo conduttore di una narrazione che mescola autobiografia e denuncia generazionale. Sul palco, l’artista si sottopone a un esame pubblico, scandagliando i contrasti tra l’ascesa professionale e le conseguenze personali, tra il denaro facile di certe operazioni commerciali e la nostalgia per i tempi in cui la musica era solo un gioco tra amici.
Le derive giudiziarie di una generazione raccontate in musica
Non è un caso che la scenografia evochi un’aula di giustizia, perché il processo inscenato da Ernia vuole essere anche un atto d’accusa verso le contraddizioni del proprio tempo. L’artista mette in scena le derive morali di una generazione che, come lui, si trova a fare i conti con il peso delle aspettative e con il fascino ambiguo del successo. Nei brani, il filo rosso è rappresentato dal conflitto tra la lealtà alle proprie radici e le esigenze di un mercato che richiede visibilità e compromessi. Lo spettacolo si sviluppa come un’arringa, in cui il cantante alterna momenti di fragilità a dichiarazioni di rivalsa, senza mai concedere facili assoluzioni. E se la giuria, in questo caso, è quel pubblico eterogeneo accorso al Forum, il verdetto – a giudicare dall’atmosfera e dalla partecipazione collettiva – sembra già essere stato pronunciato a favore di chi ha avuto il coraggio di trasformare le proprie debolezze in materia prima per un racconto corale.




