E Leone disse a Sinner: "Ora anch’io potrei giocare a Wimbledon"
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Redazione Sport
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Scritta così, l’espressione "il Papa e Sinner" assume un significato quasi paradossale, considerando che il cognome del tennista italiano, in inglese, significa "peccatore". Eppure, ieri, Jannik Sinner, fresco numero uno del ranking ATP, ha vissuto una giornata fuori dall’ordinario, lontano dai campi di gioco ma non meno emozionante. Accompagnato dai genitori, Hanspeter e Siglinde, e dal presidente della Federtennis Angelo Binaghi, è stato ricevuto in Vaticano da Papa Leone XIV, che dopo il Conclave aveva rivelato una passione insospettabile per il tennis.
In un’epoca dominata da personalità spesso sopra le righe, i protagonisti di questo incontro sono invece due figure notoriamente riservate: il Pontefice e il campione sudtirolese. Se Sinner, ormai abituato ai riflettori, appare sempre più a suo agio nel ruolo di leader del circuito, Leone XIV conserva un’aura di discrezione che lo rende persino più schivo del tennista. Eppure, ieri, tra i sacri palazzi, è stato proprio Jannik a usare con naturalezza il plurale maiestatis, mentre il Papa, con un sorriso, gli confidava: «Forse anch’io potrei giocare a Wimbledon».
A osservare la scena, seppure da lontano, c’era Nicola Pietrangeli, leggenda del tennis italiano, che negli anni ’50 portò per primo la racchetta in Vaticano. «Quello di ieri è stato uno splendido incontro», ha commentato il 91enne, ricordando come, tra i Papi da lui conosciuti, solo Wojtyla mostrò un vero interesse per questo sport. «Marcinkus, invece, preferiva di gran lunga il golf», ha aggiunto, sottolineando l’eccezionalità dell’evento.
Ma c’è chi, oltre alle suggestioni, guarda alla sostanza. Pietrangeli, con la schiettezza che lo contraddistingue, ha espresso un dubbio: «La mia paura è che, se Sinner perdesse tre partite di fila, finirebbe l’idolatria». Una riflessione che riporta alla realtà, in un momento in cui il giovane tennista è celebrato non solo per i suoi successi, ma quasi per una sorta di aura divina.




