Grandi opere, il caso Webuild e la crisi dei cantieri italiani
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Redazione Economia
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Il business delle grandi opere infrastrutturali richiede spalle larghe e una resistenza fuori dal comune. Appalti da miliardi di euro che si protraggono per anni, se non per decenni, esposti alle turbolenze del ciclo economico e a costi delle materie prime che possono impennarsi durante l'intera vita del cantiere.
In questo scenario, il caso esploso nelle ultime settimane attorno a Webuild, il principale gruppo italiano delle costruzioni, ha acceso i riflettori su una questione che riguarda l'intero settore: cosa succede quando i conti dei cantieri non tornano più e le richieste di extracosti rischiano di bloccare tutto?
La lettera riservata e lo scontro sulle cifre
Al centro della vicenda c'è una comunicazione inviata a fine luglio dall'amministratore delegato Pietro Salini alle istituzioni competenti per rappresentare la situazione economico-finanziaria di numerosi cantieri ferroviari realizzati per conto di Rfi, il gestore della rete ferroviaria italiana. Nella lettera vengono richiamate riserve e partite economiche per circa 22 miliardi di euro relative a opere in corso, tra cui il Terzo Valico, la Palermo-Catania e la Verona-Padova.
Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la missiva descriveva una situazione di «grave squilibrio economico-finanziario» e sollecitava decisioni rapide.
Webuild ha respinto con forza questa ricostruzione. In una nota diffusa il 9 settembre, il gruppo ha parlato di «notizia destituita di ogni fondamento», precisando che i 22 miliardi non rappresentano una richiesta di nuove risorse al governo, ma l'ammontare complessivo delle somme iscritte nei registri di contabilità dei lavori secondo le procedure previste dai contratti pubblici.
Si tratterebbe, secondo la società, di crediti, oneri sostenuti, anticipazioni contrattuali e altre partite economiche in larga misura già all'esame dei Collegi consultivi tecnici, gli organismi previsti dalla normativa per dirimere le controversie tra stazioni appaltanti e imprese. Di tali importi, circa 13 miliardi corrispondono a riserve iscritte per lavorazioni già realizzate, mentre il restante è una stima relativa ai lavori ancora da effettuare.
Il fabbisogno di cassa e la reazione del mercato
Nella lettera richiamata dal quotidiano, Salini distingue due diverse componenti: una prima quota, quantificata in circa 6-7 miliardi di euro, sarebbe riconducibile alle riserve che potrebbero essere riconosciute sulla base dell'esperienza maturata nei Collegi consultivi tecnici; una seconda componente, nell'ordine di circa 10 miliardi, riguarderebbe invece le risorse aggiuntive necessarie per completare le opere a causa dell'aumento dei costi e della revisione delle lavorazioni rispetto ai quadri economici originari.
Viene inoltre indicato un fabbisogno di cassa di breve periodo di circa 2,1 miliardi, che la società ha tenuto a precisare essere «direttamente ed esclusivamente collegato alla prosecuzione di quei cantieri in corso di esecuzione per conto della committenza pubblica» e non a necessità autonome del gruppo.
La vicenda ha avuto riflessi immediati in Borsa, dove il titolo Webuild ha chiuso la seduta del 10 settembre con un ribasso del 7,9%. Da inizio anno il calo ha superato il 36%, con una capitalizzazione scesa intorno ai 2 miliardi di euro. Webuild ha annunciato un esposto alla Consob sostenendo che il contenuto pubblicato da Il Fatto Quotidiano contenga «ricostruzioni manifestamente false e prive di qualsiasi fondamento», tali da incidere in modo distorsivo sull'andamento del titolo.
Un problema che riguarda l'intero settore
Il tema degli extracosti nelle infrastrutture non riguarda soltanto Webuild. Negli ultimi anni il settore delle costruzioni ha dovuto confrontarsi con l'aumento dei prezzi delle materie prime, dell'energia e della manodopera, oltre che con modifiche progettuali e complessità tecniche emerse durante l'esecuzione dei lavori. In questo contesto, le riserve rappresentano uno strumento previsto dalla normativa per consentire alle imprese di contestare maggiori oneri sostenuti rispetto alle condizioni iniziali del contratto.
La stessa Webuild ha sottolineato come si tratti di «una criticità che riguarda l'intero settore delle costruzioni italiane e non la sola Webuild», segnalata pubblicamente anche da Ance, l'associazione di categoria, in relazione agli effetti della revisione dei prezzi sui contratti pubblici in corso.
Sul fronte parlamentare, il senatore del Pd Antonio Misiani ha presentato un'interrogazione chiedendo che il governo riferisca in aula. «Di quali grandi cantieri parliamo? A quanto ammontano realmente gli extra costi che li metterebbero a rischio? Come sono stati generati?» ha dichiarato Misiani ad Adnkronos, evidenziando il rischio che lo Stato tratti con sé stesso «sostanzialmente a porte chiuse questioni che valgono molti miliardi di euro», dal momento che Cdp è azionista di Webuild e Rfi è stazione appaltante.
Le dimensioni del gruppo e il peso del mercato italiano
Webuild rappresenta oggi il cosiddetto campione nazionale delle costruzioni, il gruppo che ha raccolto ciò che restava dei grandi contractor italiani in crisi ed è diventato abbastanza grande da competere per alcune delle infrastrutture più complesse del pianeta. I numeri dell'ultimo esercizio parlano di oltre 12,6 miliardi di ricavi, con un portafoglio ordini che nel primo semestre 2026 ha raggiunto i 54 miliardi di euro, per il 90% in mercati a basso rischio, e una presenza internazionale che genera oltre il 65% del fatturato complessivo.
L'Italia rappresenta il 37% dei ricavi del gruppo, che realizza la parte prevalente della propria attività sui mercati esteri.
La società ha contestato la definizione di monopolista dei grandi appalti nazionali, sottolineando di rappresentare circa l'1,1% dell'intero mercato italiano delle costruzioni, pari a 186 miliardi di euro. Sul punto, tuttavia, il dibattito resta aperto anche alla luce del peso assunto dalla società nei principali progetti infrastrutturali finanziati negli ultimi anni.
Nel frattempo, secondo quanto precisato dalla stessa Webuild, Rfi avrebbe riavviato il pagamento delle fatture scadute dopo aver ricevuto dal Mef le necessarie risorse, e risulterebbe in corso l'attuazione delle misure di ristoro previste dalla normativa emergenziale rimaste sinora inapplicate.
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