Luigi Montefiori, il gigante George Eastman, si è spento a Roma a 83 anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’è un’immagine che ancora oggi restituisce l’essenza di quel cinema coraggioso, spesso sanguigno e sempre sorprendentemente artigianale che fu l’italico genere di serie B, quella è probabilmente la sagoma imponente di Luigi Montefiori, meglio noto come George Eastman. Scomparso la notte scorsa alla clinica romana “Gemelli Curae”, l’attore e sceneggiatore – che di mestiere faceva anche l’eroe senza macchia e senza paura, il mostro gentile o lo sceriffo dal pugno di ferro, a seconda delle necessità del copione – aveva ottantatré anni e una salute che, aggravandosi progressivamente a partire dal 2020, non gli ha più lasciato scampo.

A darne l’annuncio, con il ritegno e il dolore che certi momenti impongono, è stata direttamente la famiglia: accanto a lui, nelle ultime ore, c’erano la moglie Manuela e i tre figli Evelina, Arianna e Tommaso, rispettivamente di trentasei, trentuno e ventisei anni. Lo stesso dolore, quello più intimo e privato, è affiorato poi in un post pubblicato su Instagram dalla secondogenita Arianna, attrice nota al grande pubblico per alcune fiction televisive e ospite, solo pochi mesi fa, del salotto di “Verissimo”. “Non avrei mai voluto che arrivasse questo giorno”, ha scritto lei a corredo di alcune foto di famiglia, “ti sei ammalato nel 2020 e non ho fatto altro che pensare a questo momento pregando ogni sera che arrivasse il più tardi possibile”. Parole che restituiscono la durata di un’attesa lunga sei anni, durante i quali – come lei stessa ha sottolineato – c’è stata ancora vita, nonostante tutto.

Un da gigante, un volto da incubo (e da eroe)

Chiunque abbia avuto a che fare con il cinema di genere italiano tra gli anni Sessanta e Ottanta riconosce in Eastman una di quelle figure totemiche che bastava incrociare in un fotogramma per capire subito il registro della pellicola. Con i suoi due metri di statura (raggiunti in gioventù e mai rinnegati, anzi spesso enfatizzati dalla regia), Montefiori ha attraversato come un meteorite umano gli spaghetti western, gli horror più viscerali e persino il cinema d’autore più sofisticato. Basti pensare al cameo lampo in quel “Satyricon” felliniano del 1969: una scena che dura pochi secondi, quasi un incidente onirico nel labirinto della Roma antica, ma che nessuno dimentica una volta vista. Fellini, del resto, aveva l’abitudine di pescare i suoi attori dalle acque più torbide del cinema popolare, e in Eastman trovò un Minotauro perfetto: imponente, magnetico, capace di incutere timore senza nemmeno parlare.

Da Antropophagus a Regalo di Natale, il segno indelebile di un mestiere totale

Il curriculum di George Eastman, però, non si esaurisce certo nella sola presenza scenica. Dietro la macchina da presa, come sceneggiatore, ha contribuito a definire il lessico di un intero sottobosco produttivo. Ha lavorato con registi del calibro di Mario Bava (il maestro indiscusso della luce e del terrore), Joe D’Amato (dal quale lo legava un sodalizio lungo e fecondo, soprattutto in territori horror che allora nessuno chiamava ancora “cult”) e Pupi Avati, che proprio con lui realizzò quel “Regalo di Natale” capace di mescolare toni drammatici e pulsioni grottesche. L’impronta lasciata nell’immaginario collettivo, ben oltre i confini nazionali, è quella di un attore capace di essere al tempo stesso l’orco (si pensi al mitico “Antropophagus”, pellicola del 1980 diventata un totem del video nasties) e l’antieroe malinconico.

L’addio senza clamore, la memoria di un gigante gentile

A differenza di quanto accade per molti suoi colleghi d’oltreoceano, Montefiori non ha mai inseguito la celebrità a tutti i costi. Anzi, negli ultimi anni la sua vita si era fatta appartata, lontana dai riflettori, con l’unica parentesi pubblica rappresentata proprio dalle dichiarazioni affettuose della figlia Arianna. La notizia della morte, arrivata nella tarda serata di lunedì 19 maggio – per quanto l’annuncio sia stato diramato solo nella giornata del 20 – non ha quindi assunto i toni del lutto spettacolare, ma quelli più autentici della chiusura di un capitolo. Quello, per intenderci, di un cinema che non esiste più: fatto di rischi calcolati, budget risicati, troupe ridotte all’osso e improvvisazioni geniali. Lascia, oltre ai tre figli, anche due nipoti piccolissimi: Giulio (quattro mesi, figlio di Evelina) e Allegra (due mesi, figlia di Arianna e di Mattia Briga). Due vite che sono iniziate mentre la sua finiva, in quel gioco di continuità che è poi l’unica, vera sceneggiatura che nessuno ha mai scritto.

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