Linfoma diffuso a grandi cellule B, in Italia la combinazione glofitamab-GemOx dalla seconda linea

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una nuova opzione terapeutica per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario è da oggi disponibile e rimborsata anche in Italia. Si tratta della combinazione dell’anticorpo bispecifico CD20xCD3 glofitamab con gemcitabina e oxaliplatino, nota come GemOx, che può essere somministrata a partire dalla seconda linea di trattamento nei casi in cui il paziente non sia eleggibile o non possa essere sottoposto a trapianto autologo di cellule staminali o a terapia CAR-T.

Il linfoma diffuso a grandi cellule B rappresenta la forma più comune di linfoma non Hodgkin e si distingue per l’aggressività del decorso. Circa il 40% dei pazienti non risponde alla prima linea di trattamento o va incontro a una recidiva, una condizione che rende necessario l’accesso a strategie terapeutiche alternative. La scelta della seconda linea, in questo scenario, dipende da diversi fattori, tra cui la tempistica della ricaduta.

Come spiega Carmelo Carlo-Stella, professore ordinario di Ematologia presso Humanitas University di Milano e direttore della Divisione di Ematologia dell’IRCCS Humanitas Research Hospital, una recidiva entro i 12 mesi orienta generalmente verso la terapia CAR-T, mentre una ricaduta oltre i 12 mesi può indirizzare verso il trapianto autologo. Entrambe le opzioni restano però riservate ai pazienti eleggibili o per i quali sia ritenuto appropriato procedere con questi trattamenti, lasciando scoperta una quota significativa di malati.

La disponibilità della combinazione in Italia arriva sulla base dei dati dello studio internazionale di fase III STARGLO, che ha confrontato glofitamab più GemOx con il trattamento standard rappresentato da rituximab più GemOx. Si tratta del primo studio randomizzato che ha messo a confronto un anticorpo bispecifico associato alla chemioterapia rispetto alla sola chemio-immunoterapia in questo contesto di pazienti.

A tre anni di osservazione, la sopravvivenza globale mediana nel braccio trattato con la nuova combinazione è risultata pari a 25,5 mesi, praticamente il doppio rispetto ai 12,5 mesi registrati nel braccio di controllo. Sul fronte della sopravvivenza libera da progressione, la mediana è stata di 14,4 mesi con glofitamab più GemOx contro 3,3 mesi con il trattamento standard.

Il beneficio appare particolarmente evidente nei pazienti trattati in seconda linea, dove più di uno su due è vivo dopo tre anni e la sopravvivenza mediana libera da progressione raggiunge i 20,4 mesi rispetto ai 5,5 mesi del braccio di confronto.

Glofitamab è un anticorpo bispecifico progettato per legarsi contemporaneamente a due proteine: CD20, presente sulla superficie delle cellule B maligne, e CD3, espresso sui linfociti T. Questa struttura particolare, definita 2:1, prevede due regioni di legame per CD20 e una per CD3. Il farmaco agisce creando un ponte tra la cellula tumorale e il linfocita T, inducendo quest’ultimo a rilasciare proteine in grado di distruggere la cellula B maligna. Il profilo di sicurezza della combinazione è risultato coerente con quello già noto dei singoli farmaci.

L’evento avverso più frequentemente riportato è la sindrome da rilascio di citochine, una reazione legata al meccanismo d’azione del bispecifico che può manifestarsi con febbre, difficoltà respiratorie e calo pressorio e che richiede una gestione appropriata da parte del personale sanitario.

Oltre ai dati di efficacia, uno degli aspetti che caratterizzano questa opzione terapeutica riguarda la modalità di somministrazione. Il trattamento prevede un numero definito di cicli e una durata prefissata, offrendo al paziente la possibilità di conoscere fin dall’inizio il termine del percorso di cura. A ciò si aggiunge la natura immediatamente disponibile del farmaco, che non richiede i tempi di preparazione personalizzata tipici delle terapie cellulari e può essere iniziato nel centro che ha in cura il paziente.

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