Molotov contro la casa di Sam Altman, il ventenne fermato davanti alla sede di OpenAI
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Redazione Economia
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Quando mancano pochi minuti alle quattro del mattino, un ordigno incendiario - una semplice bottiglia molotov, nella sua terribile elementarità - si schianta contro il cancello esterno della residenza di Sam Altman, nel quartiere esclusivo di Russian Hill a San Francisco. L’impatto, se così si può chiamare, provoca un principio d’incendio che viene subito domato senza conseguenze per le persone, anche se il gesto, nella sua esecuzione quasi goffa, porta con sé un peso specifico ben più grave di quello dei danni materiali. Nessuno rimane ferito, e Altman, l’amministratore delegato di OpenAI nonché il volto più riconoscibile della rivoluzione dell’intelligenza artificiale generativa, non era direttamente minacciato dalla fiammata, almeno stando a una prima ricostruzione degli eventi.
Eppure, meno di sessanta minuti più tardi, la scena si sposta. Lo stesso individuo, secondo quanto emerso dalle verifiche della polizia locale (il San Francisco Police Department, che ha agito con una rapidità poi pubblicamente elogiata dalla stessa azienda), si presenta davanti al quartier generale di OpenAI, distante poco più di un chilometro. Qui, il ragazzo di vent’anni - la cui identità non è stata resa nota ma che è stato fermato poco dopo - minaccia apertamente di appiccare il fuoco all’intero edificio. La polizia, già allertata per l’attacco alla dimora di Altman, interviene una seconda volta, riuscendo a bloccare il giovane prima che possa mettere in atto l’ennesimo raid incendiario.
La dinamica, ricostruita attraverso i primi verbali, parla di un attacco mirato ma tecnicamente rudimentale: la molotov, lanciata contro la cancellata della proprietà di Altman, rimbalza sulla superficie e si spegne al suolo senza innescare un rogo più esteso. Non ci sono feriti, lo si ripete, e i danni si limitano a una porzione limitata del cancello esterno. Tuttavia, il contesto in cui questo gesto matura non è affatto trascurabile. Solo poche settimane prima, un’inchiesta del «New Yorker» aveva sollevato critiche profonde sul modo in cui OpenAI raccoglie e utilizza i dati per addestrare i propri modelli, un reportage definito da più parti come «devastante» per l’immagine dell’azienda. Non è chiaro, al momento, se esista un nesso diretto tra quella pubblicazione e l’azione del ventenne, ma la coincidenza temporale alimenta inevitabilmente l’attenzione degli inquirenti.
L’arresto e le accuse per il giovane aggressore
Gli agenti del dipartimento di polizia di San Francisco hanno formalizzato l’accusa di lancio di ordigno incendiario nei confronti del ventenne, rintracciato mentre si trovava ancora nei pressi della sede centrale di OpenAI. Le immagini delle telecamere di sorveglianza del quartiere di Russian Hill, che ancora devono essere analizzate nella loro interezza, potrebbero fornire ulteriori elementi sulla preparazione del gesto e sugli eventuali spostamenti del ragazzo nelle ore precedenti all’attacco. Quel che è certo è che la minaccia di «dare fuoco all’intero edificio» è stata proferita a voce alta, tanto da costringere i presenti a chiamare nuovamente le forze dell’ordine. Nessun dipendente di OpenAI è rimasto coinvolto fisicamente, e l’azienda, in una breve nota interna, ha sottolineato il sollievo per l’assenza di vittime, ringraziando la città per il supporto logistico ricevuto.
OpenAI e la sicurezza di un amministratore delegato sotto pressione
La vicenda getta una luce inquietante sulla sicurezza personale di chi guida una delle aziende più influenti - e discusse - della Silicon Valley. Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato, non è nuovo a polemiche e contestazioni, ma finora nessuna di queste aveva assunto le forme di un attacco fisico alla sua residenza. La polizia, pur senza rilasciare dettagli sulle modalità investigative, ha confermato di aver aperto un fascicolo per tentato incendio e minacce aggravate, mentre gli inquirenti cercano di stabilire se il ventenne agisse da solo o fosse inserito in un contesto più ampio. L’arresto, avvenuto nella mattina di venerdì, ha scongiurato il ripetersi di un episodio analogo davanti alla sede di OpenAI, dove i vetri e le porte d’ingresso non hanno riportato danni.
Un precedente che interroga la cronaca giudiziaria di San Francisco
Non è la prima volta che un ordigno incendiario viene scagliato contro la proprietà di un imprenditore tecnologico nella città californiana, ma il profilo dell’obiettivo - il «papà» di ChatGPT, per usare una definizione giornalistica ormai consolidata - rende l’episodio immediatamente simbolico. Gli investigatori stanno vagliando i precedenti del ventenne, di cui non sono state diffuse generalità, e la sua eventuale affiliazione a movimenti di protesta contro lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Al momento, nessuna rivendicazione è stata pubblicata online, e il giovane si trova in stato di fermo in attesa dell’udienza di convalida. La procura di San Francisco, che segue il caso con attenzione, dovrà decidere se chiedere la custodia cautelare in carcere, visto il rischio di reiterazione del reato emerso dalla sequenza di minacce in meno di un’ora.




