Google Zero e la riscossa del vecchio web: editori e utenti scappano dall’AI
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Una ricerca su Google mostra in alto un riquadro grigio con una risposta sintetica generata dall'intelligenza artificiale, una sorta di riassunto che cita le proprie fonti in piccolo sulla destra, e l'utente legge, capisce e se ne va senza compiere alcun clic. Questa scena, ripetuta miliardi di volte al giorno, ha un nome preciso: Google Zero, l’apocalisse temuta dal marketing digitale dove la pagina dei risultati di ricerca smette di essere un passaggio verso siti terzi per trasformarsi in una destinazione finale.
I primi a subire il contraccolpo di questa rivoluzione silenziosa sono gli editori, che vedono crollare il traffico organico – uno studio recente stima un dimezzamento dei clic in presenza del riassunto AI – e sono costretti a riscoprire strumenti che il web aveva dato per superati.
Il paradosso di DuckDuckGo: il boom del "no AI"
Il malcontento verso la deriva tecnologica di Google ha generato un paradosso interessante: il motore di ricerca alternativo DuckDuckGo, che per anni ha faticato a ritagliarsi una fetta di mercato, vede oggi triplicare il traffico sulla propria versione "No AI". L'azienda, che non è affatto contraria all’intelligenza artificiale (gestisce anzi un proprio chatbot chiamato Duck.ai), ha intercettato quella fascia di utenti – in particolare negli Stati Uniti – che non gradisce le risposte preconfezionate e desidera tornare ai tradizionali "dieci link blu".
Per rispondere a questa domanda, DuckDuckGo ha lanciato un'estensione per Chrome e Firefox che permette di impostare come predefinito l'indirizzo noai.duckduckgo.com, una versione spoglia che esclude contenuti generati automaticamente, immagini assistite e riassunti testuali, intercettando un’esigenza di semplicità e direzione che il colosso di Mountain View sembra aver dimenticato.
Past Maps e la lezione della newsletter
Non solo i motori di ricerca alternativi, però, stanno beneficiando di questa frattura digitale. Nel silenzio della "crisi dei clic", cresce l’esempio di portali come Past Maps, una piattaforma specializzata che georeferenzia oltre centottantacinquemila mappe storiche distribuite su due secoli di storia cartografica.
Da qualche mese, i suoi gestori hanno deciso di abbandonare la rincorsa agli algoritmi per costruire il proprio pubblico attraverso mezzi analogici e diretti: una newsletter settimanale che fidelizza gli appassionati, un account gratuito che lascia spazio all'esplorazione libera e, soprattutto, la produzione di stampe fisiche in alta risoluzione.
Si tratta di un ritorno al "vecchio web" – quello fatto di polvere da sparo e inchiostro – che genera fatturato senza dipendere dalla benevolenza del traffico organico di Google, dimostrando che l’innovazione non è sempre sinonimo di intelligenza artificiale.
Verso l'ask economy: la fine della search economy
La trasformazione in atto, che qualcuno ha definito il passaggio dalla "search economy" alla "ask economy", sta ridisegnando le regole del gioco. Se un tempo l'utente digitava




