Il sindaco saluta Elia, il bambino ucciso nella Giornata dei suoi diritti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la “Giornata mondiale dei diritti dei bambini” avrebbe dovuto riempire le piazze di gioia, a Lecce, questa mattina, un silenzio carico di dolore ha interrotto la marcia degli studenti. “Guardiamo tutti insieme il cielo e salutiamo per l’ultima volta il piccolo Elia”. Con la voce spezzata, il sindaco Adriana Poli Bortone ha invitato i bambini, radunati in piazza Sant’Oronzo dopo essere partiti da Porta Napoli, a rivolgere un ultimo pensiero a Elia Perrone, il bambino di otto anni la cui vita è stata stroncata a Calimera, in una vicenda che ha sconvolto l’intero Salento e che, purtroppo, sembra essere stata preannunciata da una serie di segnali inquietanti.

Le indagini su una tragedia annunciata

Proseguono, infatti, le indagini sulla fine del piccolo, il cui Corpo è stato rinvenuto nell’abitazione in cui risiedeva con la madre; le prime risultanze, ancora da confermare nel loro quadro complessivo, indicano che sia morto per soffocamento o strangolamento. Gli investigatori, nel ricostruire l’accaduto, stanno esaminando con massima attenzione una lettera-denuncia che il padre del bambino presentò alle autorità locali oltre un anno fa, un documento nel quale segnalava il tenore minaccioso di alcune frasi pronunciate dalla donna, il cui cadavere è stato successivamente trovato in mare, non lontano dalla loro casa.

La denuncia del padre e le frasi profetiche

Quel testo, oggi, assume il peso di un tragico presagio, contenendo espressioni che suonano come un cupo prologo alla sciagura. “Saluta bene Elia perché lo porto con me”, “è già capitato che io sia andata di fronte al mare con la macchina”, “ritieniti responsabile di qualsiasi cosa capiti a me ed Elia”: sono questi alcuni degli enunciati che Najoua Minniti, la madre trentacinquenne di origini calabresi e tunisine, avrebbe rivolto all’ex compagno, Fabio Perrone, con il quale aveva avuto il bambino. Frasi che, sebbene allarmanti, non sono riuscite a scongiurare l’esito più atroce.

I controlli sfuggiti e il vuoto di un percorso mancato

A gettare ulteriore luce sul contesto in cui si è consumato il dramma sono le parole dell’avvocato di famiglia Mario Fazzini, il quale ha fatto da portavoce al dolore straziante del padre. L’avvocato ha ricordato come, “dopo il riaffido del bimbo, la madre avrebbe dovuto seguire i corsi sulla genitorialità”, un percorso di supporto che, tuttavia, “non li ha mai fatti”. Questo elemento, che appare come un anello mancante in una catena di protezione che avrebbe dovuto essere più salda, delinea un quadro in cui i segnali di allarme, pur essendo stati formalmente registrati, non sono stati sufficienti a impedire che una promessa di vita si spegnesse in modo così violento e insensato.

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