Aurora Quattrocchi, l’urlo di gioia (e il grido contro le “sale micragnose”) che commuove i David
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Era una delle incognite più affascinanti della serata, quella di capire come e se una vita passata lontana dai riflettori più accecanti del cinema – una vita fatta di teatro e di ruoli cesellati uno a uno – potesse esplodere in un’ora precisa, sul palco del Teatro 5 di Cinecittà.
E Aurora Quattrocchi, classe 1942, non ha deluso le aspettative: anzi, le ha stravolte con la grazia irriverente che da sempre contraddistingue la sua arte. movieplayer +3
A 83 anni compiuti da appena un paio di mesi (il 18 marzo, per la precisione), l’attrice nata a Mattuglie ma cresciuta nel capoluogo siciliano ha vinto il suo primo David di Donatello come miglior attrice protagonista, grazie all’interpretazione di Nonna Gela in "Gioia mia", l’opera prima di Margherita Spampinato.
E se il premio in sé – consegnatole da Raoul Bova – rappresenta già un sigillo storico per una carriera iniziata in teatro nel lontano 1974 con Franco Scaldati, è stato il discorso successivo a trasformare quel momento in una pagina indelebile della kermesse. rainews +3
La Quattrocchi, visibilmente emozionata (ma non troppo, da vera mattatrice), ha preso la parola e ha fatto centro: non solo ringraziando la regista o il giovanissimo Marco Fiore, suo partner sullo schermo, ma lanciando un messaggio che ha raccolto un’ovazione immediata e trasversale.
“Io mi auguro che il cinema possa avere sempre, sempre, sempre di più successo, meraviglia e fantasia e gioia... E gioia mia non deve finire mai”, ha esordito, giocando volutamente con il titolo del film per trasformarlo in un manifesto poetico. rainews +3
L’affondo sulle sale: "Non se ne può più"
Ma è nel passaggio successivo, quello più atteso e più citato, che l’attrice ha messo a tacere ogni retorica. Con un tono che oscillava tra il materno e il feroce, Quattrocchi ha tuonato: “Che riaprano le sale cinematografiche grandi come questa, non se ne può più di quelle salette micragnose dove il film non viene visto”.
Un’invetitiva, la sua, che ha colpito nel segno in un’edizione dei David (la 71esima) già segnata da proteste e richiami alla crisi del settore; lo ha fatto senza usare giri di parole, attaccando frontalmente quel modello distributivo che spesso costringe le pellicole in spazi angusti, svilendo la natura corale e totalizzante della Settima Arte.
In quell’aggettivo, "micragnose", c’è tutto il senso della sua battaglia: una difesa della sala come luogo fisico, quasi sacro, dove la collettività deve poter respirare lo spettacolo senza essere soffocata dalla ristrettezza degli spazi.
Non è un caso, del resto, che la sua interpretazione in "Gioia mia" – storia di un ragazzino del Nord in vacanza forzata dalla prozia in Sicilia – abbia proprio nella fisicità e nella presenza scenica della zia il suo perno emotivo. Quella stessa fisicità che lei rivendica debba avere lo schermo. rainews +3
Palermo in festa per le sue regine
A raccogliere il testimone di questa doppia vittoria, oltre all’attrice stessa, c’è naturalmente la sua città d’adozione: Palermo. La vittoria di Quattrocchi, unita a quella di Margherita Spampinato come miglior regista esordiente, ha suscitato l’orgoglio della politica locale.
Il sindaco Lagalla ha parlato di “trionfo di due straordinarie donne”, due artiste che hanno saputo portare il nome della Sicilia al centro dell’attenzione nazionale. Un riconoscimento, questo, che lega indissolubilmente il successo personale alla rinascita culturale di un territorio.
Non è solo una questione di premio, però. È la modalità con cui Quattrocchi lo ha conquistato a fare la differenza: la sua non è la solennità pacata di chi riceve un omaggio alla carriera (sebbene ne abbia tutti i crismi), quanto piuttosto l’energia combattiva di chi si sente ancora all’inizio.
“Mario (Martone, ndr) mi ci avevi portato pure tu, ma questa volta ho vinto!”, ha scherzato riferendosi alla candidatura passata per "Nostalgia", quasi a sottolineare come la perseveranza paghi. repubblica +3
Un’energia che spazza via gli stereotipi
E nel farlo, la Rori (questo il suo soprannome affettuoso) ha spazzato via l’immagine stereotipata dell’anziano attore compunto.
Era carica di una verve tale che persino la sua richiesta sembrava più un ordine materno che una supplica: quella di tornare a riempire sale grandi, luoghi dove l’esperienza collettiva non venga sacrificata sull’altare dell’economia.
Un appello che arriva dritto al cuore di un dibattito – quello sulla fruizione cinematografica – che il cinema italiano, spesso impantanato in questioni di budget o di politica culturale, tende a rimuovere.
Così, mentre la standing ovation gli regalava quei secondi di silenzio carico di significato prima dell’applauso fragoroso, la Quattrocchi restituiva al pubblico la lezione più bella: a 83 anni l’entusiasmo non solo non cala, ma diventa feroce se messo di fronte alle ingiustizie (anche quelle estetiche).
Il suo David non è solo un premio, è un testamento spirituale lanciato a chi verrà dopo di lei, una dichiarazione d’amore intransigente verso quell’ “esperienza” che non può ridursi a uno schermo da 15 pollici o a una multisala asettica.
E se qualcuno, tra il pubblico in smoking, sperava in un discorso accomodante, ha dovuto ricredersi: quella sera Cinecittà è stata scossa da un terremoto di simpatia e di sacrosanta rabbia. blogsicilia +3




