Hegseth recita il “Salmista” Tarantino: al Pentagono la Bibbia diventa “Pulp Fiction”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
C’è un’immagine, nella testa di chi ha visto Pulp Fiction, che difficilmente si riesce a scordare: Samuel L. Jackson, con gli occhi sgranati e la parlata fluida da gangster filosofo, che intima a un giovane disgraziato di “rendersi conto” prima di giustiziarlo. Recita quella che lui sostiene essere la Scrittura, Ezechiele 25,17. Peccato che nel testo originale – quello vero, della Bibbia – di versetti così pomposi non ce ne siano. Una finzione, insomma, una trovata scenica. O forse no, se a crederci fosse il segretario della Difesa e della Guerra degli Stati Uniti.
Pete Hegseth, l’uomo che ha il polso dell’esercito americano (e che sul bicipite destro porta impresso il “Deus Vult” delle crociate, accanto alla parola “kafir”, cioè infedele, e sul petto la Croce di Gerusalemme), mercoledì scorso ha preso molto sul serio quella finzione. Nel corso di un rito religioso al Pentagono – un’usanza che l’amministrazione Trump ha trasformato in appuntamento fisso – Hegseth ha chiesto ai presenti di unirsi a lui in una preghiera speciale. Era la preghiera della missione di salvataggio “Sandy 1”, quella che il 5 aprile ha recuperato un pilota abbattuto in Iran.
Il “Pulp Fiction” come libro sacro
“Il cammino dell’aviatore abbattuto è circondato dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi”. L’omelia del capo del Pentagono è scivolata via fluida, incalzante. “Beato colui che, in nome della cameratismo e del dovere, guida gli smarriti attraverso la valle delle tenebre”. Parole che suonano auliche, antiche, quasi bibliche. E infatti, ha spiegato Hegseth, quello è il passo intitolato “CSAR 25:17” (Combat Search and Rescue), che “dovrebbe riflettere” Ezechiele 25,17. Peccato che non lo rifletta affatto. Lo copia, piuttosto, quasi pedissequamente.
Perché quelle frasi non sono state scritte da un profeta dell’Antico Testamento, ma da Quentin Tarantino. E sono le parole che Samuel L. Jackson recita prima di premere il grilletto. L’unica differenza – perché un minimo di personalizzazione ci vuole – è che Hegseth ha sostituito la conoscenza del nome del Signore con il proprio call sign: “E saprete che il mio nominativo è Sandy 1 quando scatenerò la mia vendetta su di voi”. Un’appropriazione indebita, verrebbe da dire, quasi una blasfemia da manuale, se non fosse che tutto l’episodio puzza più di ignoranza che di eresia.
L’era della confusione sacrale
Non è, quella di Hegseth, una svista isolata. È un sintomo. In quello che qualcuno ha definito il “mondo alla rovescia” del secondo mandato di Trump (rieletto ormai da oltre un anno e la cui presenza alla Casa Bianca non fa più notizia di per sé), i confini tra cultura alta e bassa, tra sacro e profano, sembrano dissolversi. Se il ministro della Guerra cita un film di serie B (per quanto geniale) come se fosse l’Antico Testamento, è lecito chiedersi dove finisca la fede e dove inizi la performance. Lui, del resto, è lo stesso che ha intitolato un libro *American Crusade: Our Fight to Stay Free*, una crociata letteraria i cui lettori, sui portali di recensioni, sembrano apprezzare più lo spirito patriottico che la sottigliezza teologica.
La Casa Bianca, attraverso il portavoce Sean Parnell, ha provato a mettere una pezza. “Il segretario Hegseth ha condiviso una preghiera personalizzata, usata dai combattenti di Sandy-1, che era ovviamente ispirata al dialogo di Pulp Fiction. Ma sia la preghiera sia il dialogo riflettevano il versetto Ezechiele 25,17”, ha dichiarato, liquidando le critiche come “fake news” di chi è “ignorante della realtà”. Una difesa, questa, che fa quasi più rumore dell’errore originale: perché ammette la contaminazione pop, ma la rivendica come legittima estensione della Scrittura.
Il (tatuato) del reo
A rendere la scena grottesca, e non solo patetica, è il contesto. Hegseth non è un politico qualsiasi. È un fanatico religioso, se vogliamo usare il termine, o quantomeno un uomo la cui devozione è esibita in bella vista sulla pelle. I suoi tatuaggi sono stati oggetto di dibattito per mesi: il “Deus Vult” è uno slogan adottato da gruppi di estrema destra e suprematisti bianchi, mentre la scritta “kafir” (infedele) in arabo è stata letta come un atto di ostilità esplicita verso il mondo musulmano in piena guerra contro l’Iran. È un uomo che ha trasformato il corpo in un manifesto, e che ora trasforma un film violento in un testo sacro. La contraddizione è solo apparente: sia il crociato medievale sia il sicario di Tarantino risolvono i conflitti con la violenza. La teologia, semmai, è quella della “vendetta furiosa”.
L’imbarazzo della difesa
L’episodio solleva un interrogativo più profondo, che va oltre la semplice gaffe. Negli Stati Uniti, paese dalla profonda tradizione religiosa, la frontiera tra politica e fede è sempre stata labile. Ma qui si scivola nel surreale: una cerimonia ufficiale del Dipartimento della Difesa che si trasforma in una rappresentazione amatoriale di una scena di Quentin Tarantino. Nessuno tra i presenti, a quanto pare, ha avuto la prontezza (o la spudoratezza) di sussurrare all’orecchio del capo che stava citando un assassino fittizio invece del profeta Ezechiele. O forse sì, e la risposta è stata quella che abbiamo visto: una nota stampa che raddoppia la scommessa, definendo “ignari” quelli che invece la Bibbia l’hanno letta davvero.
E così, mentre i jet sorvolano l’Iran e le bombe cadono, al Pentagono ci si raccoglie in preghiera ascoltando la colonna sonora di Pulp Fiction. Beato colui che, in nome del cameratismo, sa distinguere Tarantino dal Signore. Perché, per citare un altro grande classico del cinema italiano (anche se questa, per fortuna, non l’ha ancora citata nessun ministro), “non sono tempi facili per i sognatori”. E tanto meno per i teologi.




