Al G20 niente passaggio di consegne tra Sudafrica e Stati Uniti, Lamola: "Nessun accesso negato"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La chiusura del vertice del G20 in Sudafrica si è distinta per un’assenza, quella del tradizionale rito del passaggio di consegne tra la presidenza uscente e quella entrante, che in questo caso sarebbe spettata agli Stati Uniti. Una mancanza, questa, che ha finito per eclissare, almeno in parte, i contenuti stessi del summit, i quali vertevano su temi di portata globale come l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici e la regolamentazione dei minerali critici. Il ministro delle Relazioni internazionali e della cooperazione sudafricano, Ronald Lamola, ha fornito la versione dei fatti del suo governo, respingendo con decisione le voci che parlavano di un diniego dell’accesso alla cerimonia per la delegazione americana. “Non abbiamo negato l’accesso a nessuno”, ha dichiarato, sottolineando come la natura degli incontri fosse incentrata sulle questioni critiche all’ordine del giorno piuttosto che sui protocolli. Lamola ha poi aggiunto, in tono che alcuni hanno interpretato come un’ulteriore delimitazione di confini, che Ramaphosa è comunque disposto a formalizzare il passaggio “presso il Dipartimento delle relazioni internazionali e della cooperazione o in qualsiasi altro luogo richiesto dagli Stati Uniti all’interno dei confini del Sudafrica”.

La sedia vuota e le reazioni

Mentre i lavori procedevano, l’assenza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è parsa un’ombra lunga sui negoziati, trasformando quella che sarebbe dovuta essere una semplice transizione amministrativa in un simbolo di frizioni diplomatiche più ampie. La presidenza sudafricana, in un estremo tentativo di coprire un vuoto divenuto ormai imbarazzante, aveva fatto circolare la notizia che Washington sarebbe stata ugualmente rappresentata, seppur da un diplomatico di basso rango, aggrappandosi a un dettaglio che non è però bastato a colmare la distanza. Commenti esterni, come quello che ha definito il G20 “alla fine di un ciclo”, hanno contribuito a dipingere un quadro di un forum internazionale che fatica a trovare una coesione, dove le dinamiche bilaterali rischiano di offuscare l’agenda collettiva.

L’intervento di Giorgia Meloni sulle migrazioni

In un contesto così frammentato, altri leader hanno portato avanti le proprie priorità, come nel caso di Giorgia Meloni che è intervenuta sul tema migratorio definendo “inaccettabile” il fenomeno per cui centinaia di migliaia di giovani africani si rivolgono ai trafficanti per raggiungere l’Europa. La sua argomentazione si è concentrata sulla necessità di investimenti concreti in settori chiave come la salute, l’agricoltura, l’acqua e le infrastrutture, ponendo un’enfasi particolare sulla formazione, considerata la leva fondamentale per valorizzare il capitale umano. Un approccio, il suo, che mira a colmare quelle che vengono percepite come le cause profonde dei flussi migratori, promuovendo uno sviluppo condiviso con le nazioni africane e cercando di spostare il baricentro dell’azione dall’emergenza alla costruzione di alternative percorribili.

Le priorità dell’agenda e lo scenario futuro

Nonostante le tensioni procedurali, i lavori del vertice hanno comunque affrontato i dossier più urgenti, con i rappresentanti dei diciannove paesi più l’Unione Europea e l’Unione Africana chiamati a confrontarsi su un palinsesto fitto di sfide. La stessa presidenza sudafricana ha tenuto a rimarcare la propria disponibilità alla cooperazione, affermando di rimanere “aperti e cordiali” e di essere disposti a lavorare con gli Stati Uniti, sebbene il focus principale sia rimasto incardinato sulle questioni tecniche e globali. Questa insistenza sul merito degli argomenti, dalla governance dell’intelligenza artificiale alla transizione energetica, ha rappresentato il tentativo di ancorare il dibattito a una sostanza che andasse al di là delle contingenze politiche immediate, in un forum che rappresenta una fetta predominante dell’economia mondiale.

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