Tiago Pinto e il "segreto" Bournemouth: progetto, frecciate e quella fabbrica di talenti chiamata Iraola

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Redazione Sport Redazione Sport   -   "Io qui mi sento più realizzato". A parlare è Tiago Pinto, dirigente del Bournemouth, e le sue parole, nell'intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, suonano come una vera e propria stoccata al suo passato italiano. Il manager portoghese, dopo l'esperienza nella Capitale, ha trovato in Premier League l'ambiente che cercava: "Abbiamo un progetto che non cambia in funzione dei risultati o di una protesta dei tifosi", spiega, tracciando un parallelo implicito con la volatilità vissuta a Roma.

Quell’esperienza, però, non la rinnega anzi, la trasforma in un’arma: "A Roma ho imparato tanto, soprattutto a gestire ogni giorno situazioni imprevedibili. Quei tre anni mi hanno dato una capacità incredibile di pensare oltre i conflitti, di gestire i casini", confessa, ammettendo che oggi, quando gli altri vanno nel panico, lui riesce a sedersi e riflettere.

L’effetto Iraola, il "segreto" di una stagione da record

Se il Bournemouth si appresta a giocare una storica competizione europea, il merito, per Pinto, è quasi interamente ascrivibile a una persona: Andoni Iraola. Il tecnico basco, finito nel mirino del Milan per la panchina, viene descritto dal dirigente come un "uomo che trasforma ogni difficoltà in una sfida da vincere". L’elogio è senza riserve: "Non è solo un grande allenatore ma una persona di un altro mondo, di umiltà, con senso di responsabilità per il club. Andoni è la prima ragione per tutto quello che abbiamo fatto.

Noi dirigenti possiamo essere bravi nel reclutamento, ma se non hai l’uomo giusto non serve a nulla". Una dedizione tale, sottolinea Pinto, che ha permesso di gestire persino la successione tecnica con Marco Rose senza traumatizzare l’ambiente, anzi, trasformando l’addio in un carburante emotivo per la squadra.

Valorizzazione e mercato: la fabbrica di talenti inglese

Iraola, del resto, ha dimostrato sul campo di essere un vero e proprio "valorizzatore" di talenti, una qualità che Pinto ha saputo sfruttare al meglio. Il dato di fatto è impressionante: nonostante una lista di cessioni che avrebbe potuto affossare qualsiasi club di metà classifica – si pensi a Huijsen finito al Real Madrid, Kerkez al Liverpool o Semenyo al Manchester City – i risultati non solo non sono calati, ma sono migliorati.

Il meccanismo messo in piedi dal club inglese è virtuoso: acquisti mirati, crescita esponenziale sotto la guida di Iraola (si veda il caso di Solanke, rivenduto al Tottenham per 63 milioni dopo la "cura" del basco) e plusvalenze da capogiro che rientrano nei parametri del Fair Play Finanziario, senza però sacrificare la competitività della rosa. Una chimera per molti, una realtà consolidata per le "Cherries".

Il "metodo Pinto" e lo sguardo sull’Italia

"Qui ho trovato un progetto in cui strategia e pianificazione vengono prima di tutto", spiega Pinto, sottolineando la differenza abissale con le pressioni tipiche dei Paesi latini. L’ex ds giallorosso rivela che, per competere in Premier con uno stadio tra i più piccoli del torneo, la filosofia non cambierà: "Dovremo sempre vendere i giocatori migliori nel lungo termine", ammette, anche se precisa che per l’imminante stagione europea si cercherà di preservare l’ossatura della squadra. E la Serie A? Pinto confessa di guardarla sempre, in particolare la sua ex Roma.

Se da un lato lancia frecciate sulla conflittualità endemica ("non mi piace questo tutti contro tutti che c’è sempre da voi. Rende tutto irrespirabile"), dall’altro non lesina complimenti sinceri a chi è rimasto: "Sono molto contento che la Roma sia arrivata terza. Complimenti a tutti, soprattutto a Massara, che come ds soffre sempre". Una pace armata, la sua, fatta di stima professionale e di una consapevolezza ormai granitica: il caos, a volte, è solo una questione di punti di vista (e di proprietà).

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