Spedivano all'estero la marijuana in scatole di cosmetici: arrestate sei persone a Gavirate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’attività, almeno sulla carta, era quella del commercio all’ingrosso di cosmetici, un settore che non avrebbe destato alcun sospetto e che consentiva alla ditta, con sede a Gavirate, in provincia di Varese, di operare con una parvenza di normalità commerciale. In realtà, come emerso da un’indagine coordinata dalla Procura di Varese e condotta dalla Guardia di Finanza di Bergamo, quella stessa azienda rappresentava l’anello fondamentale di un articolato meccanismo di produzione e successivo traffico internazionale di stupefacenti. I militari del comando provinciale bergamasco, in sinergia con i funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, sono partiti dai controlli di routine presso lo scalo cargo dell’aeroporto di Orio al Serio, approfondendo le movimentazioni di una società di spedizioni lì operante; un lavoro certosino che ha permesso di risalire alla fonte di quei pacchi che, etichettati come innocui prodotti di bellezza, nascondevano in realtà partite di marijuana pronte a varcare i confini nazionali.

Un laboratorio hi-tech tra serre e confezioni sottovuoto

La perquisizione eseguita dai finanzieri nei locali di Gavirate, e qui risiede il cuore della scoperta investigativa, ha rivelato un allestimento professionale e decisamente sofisticato. All’interno della struttura, gli inquirenti hanno rinvenuto serre indoor attrezzate con ogni genere di strumentazione: lampade a led per il ciclo di crescita, impianti di irrigazione e sistemi di aerazione, oltre a fertilizzanti specifici e bilance di precisione per il peso delle infiorescenze. Il sospetto che si trattasse di un semplice deposito è stato immediatamente superato dalla realtà dei fatti, con la presenza di macchinari industriali per il confezionamento sottovuoto, una tecnica, quest’ultima, studiata per eludere il fiuto dei cani antidroga durante i controlli doganali e per preservare il prodotto durante il trasporto. Di particolare rilievo, tra le sostanze sequestrate, i finanzieri hanno trovato oltre 216 chilogrammi di cannabis, già suddivisa in contenitori di plastica e scatoloni di cartone e pronta per essere inserita nei circuiti di spedizione internazionali.

Hashish occultato e un sistema di spedizioni ingegnoso

Parallelamente alla coltivazione della marijuana, l’organizzazione aveva messo a punto un sistema logistico collaudato per immettere la droga sul mercato. Le etichette apposte sui colli, riportanti la dicitura di prodotti cosmetici, avevano lo scopo di fuorviare i controlli doganali e far viaggiare la merce illecita alla stregua di qualsiasi altra fornitura commerciale lecita. Durante le operazioni di bonifica, le unità cinofile della Compagnia di Orio al Serio hanno inoltre consentito di individuare un quantitativo aggiuntivo di 2,5 chilogrammi di hashish, abilmente confezionato in panetti e occultato all’interno della stessa area produttiva. Il ritrovamento di questa seconda sostanza, diversa dalla cannabis coltivata nelle serre, ha ulteriormente allargato il perimetro dell’attività illecita, dimostrando come l’azienda non si limitasse alla produzione diretta ma gestisse anche un traffico parallelo di derivati della canapa.

Sei misure cautelari e il quadro normativo vigente

Al termine del blitz, i finanzieri hanno proceduto all’arresto del rappresentante legale della società e di altre cinque persone, tutte sorprese all’interno del laboratorio mentre erano impegnate nelle fasi di stoccaggio e confezionamento della sostanza stupefacente. Gli indagati, il cui ruolo e le cui responsabilità dovranno essere accertati nel corso del successivo iter giudiziario, sono stati associati alle case circondariali di Varese e di Como a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’operazione, oltre a smantellare un fiorente canale di rifornimento per l’estero, ha messo in luce la capacità investigativa nel collegare i traffici internazionali con le strutture produttive locali, in un quadro normativo che, come ricordano gli investigatori, ha equiparato la canapa industriale alle sostanze stupefacenti vietate, rendendo così perseguibili anche attività di coltivazione un tempo al limite della tolleranza.

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