Portogallo, il caso Ronaldo diventa una "guerra civile": Joao Neves nel mirino dei tifosi
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Redazione Sport
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Il pareggio per 1-1 contro la Repubblica Democratica del Congo ha lasciato strascichi ben più amari di un semplice passo falso in classifica per il Portogallo. Al di là della prestazione opaca offerta dalla squadra nel suo esordio mondiale, a monopolizzare l’attenzione sono state le dichiarazioni del giovane centrocampista Joao Neves e la tempesta social che ne è scaturita, con il rischio concreto che si possa aprire una frattura insanabile all'interno dello spogliatoio lusitano.
La frase pronunciata dal classe 2004, autore peraltro del gol del momentaneo vantaggio, secondo cui Cristiano Ronaldo "è solo un altro giocatore che è qui per aiutarci, è come tutti gli altri", è stata interpretata da una parte della tifoseria come un affronto alla leggenda vivente del calcio portoghese, scatenando reazioni sproporzionate che hanno messo in luce un nervo scoperto nel gruppo di Roberto Martínez.
Le parole di Joao Neves e la bufera social
Joao Neves non aveva certamente intenzione di mancare di rispetto a Cristiano Ronaldo. Le sue parole, rese nell'immediato post-partita, sembravano voler sottolineare lo spirito di gruppo e l'importanza di sentirsi tutti parte di un collettivo, al di là dei singoli individui e dei palmarès individuali. Tuttavia, in un contesto in cui la figura di CR7 è oggetto di un culto che travalica i confini nazionali, quella riflessione si è trasformata in un vero e proprio casus belli.
Il centrocampista del Paris Saint-Germain, nonostante la sua giovane età e la prova positiva fornita sul campo, si è ritrovato al centro di una bufera mediatica e social senza precedenti. Su Instagram, i commenti sotto i suoi post e quelli di altri compagni come Bruno Fernandes, Vitinha e Pedro Neto hanno superato le centinaia di migliaia, con un ritornello che si ripeteva ossessivo: "Portate rispetto a Cristiano" e "Passategli la palla".
Una pressione mediatica che, paradossalmente, ha finito per mettere in ombra le reali difficoltà tattiche mostrate dalla squadra, incapace di esprimere un gioco fluido e pericoloso contro la difesa congolese.
Il rischio di una "guerra civile" nello spogliatoio
Il polverone sollevato dalle dichiarazioni di Neves ha portato alcuni media e opinionisti a parlare di un clima da "guerra civile" all'interno della nazionale portoghese, un termine forte che sottolinea la polarizzazione estrema che si è creata attorno alla figura del capitano. A ventilare questo scenario è stato Vítor Pinto, vicedirettore del quotidiano sportivo Record, che ha spiegato come qualsiasi critica, anche solo potenziale, rivolta a Cristiano Ronaldo generi reazioni esagerate e una forte polarizzazione.
Dall'altra parte, c'è chi come Nuno Saraiva, editorialista di A Bola, ha apertamente sostenuto con un titolo eloquente ("Grazie di tutto, Cristiano. Ora è il momento di andare") che il fuoriclasse dell'Al Nassr non rappresenti più il primo riferimento tecnico della Nazionale e che sia giunto il momento di voltare pagina. Un dibattito che si fa sempre più aspro, in cui le posizioni si radicalizzano e rischiano di compromettere l'armonia di un gruppo che deve affrontare una competizione complessa come il Mondiale.
Accuse di boicottaggio e la prestazione di Ronaldo
La tensione è aumentata ulteriormente quando, tra i commenti più accesi, è cominciata a farsi strada l'idea che alcuni giocatori, forse anche in modo deliberato, stessero boicottando Cristiano Ronaldo, evitando di servirgli palloni giocabili per non farlo brillare. Un'accusa pesante, quella di un complotto nello spogliatoio, che è stata però fermamente respinta dallo stesso Vítor Pinto: "Non credo che ci sia stato alcun boicottaggio nei confronti di Cristiano Ronaldo... Non c'è stata alcuna azione organizzata contro di lui all'interno della Nazionale".
Pinto ha piuttosto individuato il problema in una questione tattica, sottolineando come il Portogallo non sia riuscito a collegarsi efficacemente con il proprio centravanti e non abbia sviluppato una strategia offensiva capace di valorizzarlo. Un'analisi che trova riscontro nella prestazione del numero 7, apparso spento e poco incisivo: con soli 25 palloni toccati e nessun tiro nello specchio della porta, il suo apporto alla manovra è stato oggettivamente limitato.
La sua presenza in campo per tutti i 90 minuti, nonostante la prestazione opaca, ha alimentato le critiche a un ct che forse fatica a gestire il peso specifico del suo fuoriclasse.
Un problema che Roberto Martínez dovrà risolvere
Il commissario tecnico Roberto Martínez si trova ora a dover gestire una situazione complessa, che va ben oltre l'aspetto meramente tecnico-tattico. La prossima sfida contro l'Uzbekistan diventa già decisiva non solo per il cammino nel girone, ma anche per ricucire uno spogliatoio che appare sempre più diviso. L'ombra della prestazione contro la RD Congo, dove la squadra è sembrata lenta e prevedibile, e le polemiche che ne sono derivate rischiano di minare la fiducia del gruppo.
Mentre una parte dei tifosi e della stampa continua a difendere l'intoccabilità del suo capitano, altri sottolineano come la sua aura magica si sia esaurita e la sua presenza sia ormai un problema per la nazionale. La partita contro l'Uzbekistan rappresenta un crocevia fondamentale per capire se il Portogallo saprà ritrovare la sua identità o se continuerà a essere ostaggio di un dibattito che rischia di offuscare ogni altro aspetto del gioco.
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