Timothée Chalamet nel mirino dei teatri di tutto il mondo, dalla Scala al Met, per le sue parole su opera e balletto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La macchina del fango, si sa, in certi ambienti viaggia a ritmi sostenuti, e non fa sconti nemmeno a chi, come Timothée Chalamet, si trova a una manciata di giorni dalla notte degli Oscar, quella in cui spera di mettere le mani sulla sua prima statuetta come Miglior attore protagonista per Marty Supreme. Il trentenne attore newyorkese, reduce da una stagione di premi che lo aveva visto trionfare ai Golden Globe, si è ritrovato al centro di una bufera mediatica che definire orchestrata è forse eccessivo, ma che certamente porta la firma di alcune delle istituzioni culturali più blasonate del pianeta. Il motivo? Una dichiarazione rilasciata a febbraio, durante una chiacchierata con Matthew McConaughey all'Università del Texas, in cui Chalamet, parlando degli sforzi per preservare il cinema come forma d'arte viva e vegeta, aveva lasciato intendere che, a suo dire, balletto e opera sopravvivano ormai solo per inerzia, retaggi di un passato di cui "a nessuno importa più nulla", una frase che, nella sua immediatezza, ha scatenato un putiferio.
La risposta piccata dei grandi templi della lirica e della danza
La reazione, va detto, non si è fatta attendere, ed è stata tutto fuorché timida o circoscritta a qualche polemica sui social. L'Opéra di Parigi, con una punta di ironia tagliente, ha pubblicato un video in cui si vede una scena dell'opera Nixon in China incentrata proprio su una partita a ping pong – chiaro riferimento al ruolo di pongista che Chalamet interpreta nel film di Josh Safdie – corredata dalla didascalia: "All'opera c'è anche il ping-pong", quasi a voler dimostrare quanto l'attore, con le sue parole, abbia dimostrato di ignorare la modernità e la varietà dei contenuti dei palcoscenici lirici contemporanei. Non è stata da meno la Scala di Milano, che ha affidato la sua replica a un video che ritrae la sala gremita di spettatori, con una platea che applaude calorosamente, accompagnato dalla frase secca e pungente: "A qualcuno interessa. E se ci facessi visita potrebbe interessare anche a te", un invito che suona quasi come una sfida, un modo per rimettere i puntini sulle "i" e ricordare al divo hollywoodiano che certi luoghi non sono certo dei mausolei polverosi.
La controffensiva internazionale e le stoccate dei colleghi
L'ondata di critiche, però, non si è fermata ai confini europei. Dall'altra parte dell'oceano, il Metropolitan Opera House di New York ha scelto una strategia visiva altrettanto efficace, pubblicando un lungo filmato che mostra il lavoro certosino e collettivo che sta dietro a una produzione lirica: un esercito silenzioso di musicisti, scenografi, costumisti, sarte e tecnici, tutte persone la cui passione e il cui impegno quotidiani smentiscono, nei fatti, l'idea che si tratti di forme d'arte in declino. Il messaggio era chiarissimo: "Questo è per te, @tchalamet…". E mentre il Royal Ballet and Opera di Londra postava video di sale stracolme, ribadendo un semplice "A noi importa", anche il mondo della danza e della musica si è mobilitato. Coreografi come Martin Chaix hanno ricordato che il balletto è più vivo che mai, sottolineando come, nell'era dell'intelligenza artificiale, la presenza umana e diretta di queste arti diventi ancora più essenziale. La mezzosoprano Deepa Johnny ha parlato di "deludente" presa di posizione, mentre persino una popstar come Doja Cat, in un video diventato virale, ha difeso la tradizione secolare di opera e balletto, ricordando la dedizione e il sacrificio fisico dei ballerini, "che si allenano ogni giorno, si rompono, sanguinano, perché amano profondamente ciò che fanno".
La scomoda posizione di un attore cresciuto a pane e danza
Il paradosso, in tutta questa vicenda, è fin troppo evidente ed è stato prontamente rimarcato da più parti, aggiungendo un ulteriore strato di complessità alla vicenda. Timothée Chalamet, infatti, non è esattamente l'ultimo degli arrivati nel mondo dello spettacolo, e il suo background familiare lo lega a doppio filo proprio a quelle discipline che ha così maldestramente liquidato. Sua madre, Nicole Flender, è una ex ballerina di Broadway che ha danzato persino con il prestigioso New York City Ballet, e sua sorella maggiore, Pauline, aveva intrapreso la carriera di ballerina prima di doverla abbandonare a causa di un infortunio, per dedicarsi poi alla recitazione. Questo retroscena, riportato da diverse testate, rende le sue parole ancora più difficili da inquadrare, e ha spinto molti commentatori a chiedersi come abbia potuto dimenticare così in fretta le sue radici e l'ambiente in cui è cresciuto, un milieu artistico che della sensibilità per il palcoscenico ha fatto il suo marchio di fabbrica. La stessa English National Ballet, per non lasciare nulla al caso, ha risposto con i numeri: oltre 200.000 spettatori alle loro performance e 65 milioni di impression sui social, per dimostrare che la loro disciplina non solo è viva, ma prospera.
Il tempismo perfetto di una bufera alla vigilia degli Oscar
Che la bufera arrivi nel momento più delicato della corsa al premio, quello del rush finale prima della cerimonia di consegna, è un dettaglio che non è sfuggito a nessuno, trasformando la gaffe in un caso che potrebbe avere ripercussioni concrete sul verdetto dell'Academy. Chalamet, che in passato aveva già ammesso di aver "sparato a zero senza motivo", perdendo forse qualche simpatia, si trova ora a dover gestire una polemica che rischia di oscurare il suo lavoro in Marty Supreme e di alimentare quelle voci su un suo carattere fin troppo sicuro di sé e sopra le righe. Se alcune istituzioni, come la Seattle Opera, hanno addirittura trasformato la polemica in una ghiotta occasione di marketing, lanciando un codice sconto "Timothée" per il loro prossimo Carmen, per l'attore la questione è ben più seria e potrebbe costargli cara.




