Horner frena sulla Ferrari: “Tornerei in F1 solo da proprietario, a Maranello non vendono quote”
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Redazione Sport
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A due settimane di distanza dalle dichiarazioni rilasciate al Times, che avevano alimentato un vero e proprio polverone mediatico sul suo possibile approdo in Ferrari, Christian Horner torna a parlare del suo futuro in Formula 1 e lo fa dalle colonne del Guardian, in una lunga intervista firmata da Donald McRae. L’ex team principal della Red Bull, allontanato dalla scuderia austriaca nel luglio del 2025 dopo vent’anni al vertice, ridimensiona le indiscrezioni che lo accostavano alla scrivania di Maranello e chiarisce i termini della sua eventuale riedizione nel paddock.
La precisazione sul “sogno” Ferrari
«Fred Vasseur è un uomo di esperienza. Ha fatto un buon lavoro. Ma io, più di chiunque altro, conosco le pressioni legate alla gestione di un’organizzazione competitiva. I miei commenti sono stati presi fuori contesto», spiega Horner al quotidiano britannico. L’apertura nei confronti della Ferrari, raccontata poche settimane prima al Times con l’espressione “il sogno” e la disponibilità ad accettare un incarico anche senza quote azionarie, viene ora ricondotta a una dimensione più stretta.
Il manager cinquantaduenne riconosce alla scuderia italiana il primato storico e commerciale nel circus, ma individua un ostacolo strutturale che rende impraticabile un suo approdo: «La Ferrari è il marchio più importante della F1, la squadra con più tradizione. Ma ho accumulato un capitale straordinario che mi consente di valutare la prossima mossa nello sport. Dovrebbe avere annessa una partecipazione proprietaria, e la Ferrari non venderà azioni».
La condizione per un ritorno
La posizione espressa a McRae è netta e non lascia margini a interpretazioni interlocutorie. Horner non ha alcuna intenzione di rimettersi seduto al muretto box nei panni del semplice dipendente, ruolo che ha già ricoperto per oltre due decenni: «Sono felice di restare fuori dal mondo delle corse e vedere quali opportunità si presenteranno nei prossimi mesi o anni. Non è un prerequisito che io debba tornare. Tornerei solo per l’opportunità giusta, con persone che la pensano come me e che vogliono vincere. Non tornerei mai solo per partecipare».
Una condizione che restringe sensibilmente il novero delle possibilità, escludendo di fatto le grandi scuderie a capitale diffuso e indirizzando l’attenzione verso realtà private o nuovi consorzi disposti a cedere una quota di controllo.
Il licenziamento e le ferite di Milton Keynes
Nel corso dell’intervista, Horner ripercorre anche le circostanze della sua uscita dalla Red Bull, definita «particolarmente brutale e triste». Il manager britannico racconta di non aver ricevuto una spiegazione precisa della decisione, maturata in un contesto societario profondamente mutato dopo la scomparsa del fondatore Dietrich Mateschitz nel 2022: «Credo ci fosse la sensazione che ci fosse troppo controllo nelle mie mani. Ma non mi è stata data davvero una ragione».
Horner ammette di aver metabolizzato l’accaduto solo a distanza di un mese, anche perché nei giorni immediatamente successivi si è concentrato sul sostegno alla figlia Olivia, colpita dalla perdita della madre Beverley Allen. Un passaggio umano che si intreccia con la dimensione professionale e che il diretto interessato definisce doloroso.
Il motore Powertrains e i ringraziamenti da Milton Keynes
Tra i rammarichi più espliciti c’è quello di non aver potuto assistere al primo successo in pista della power unit concepita e voluta da Red Bull Powertrains. Il progetto, fondato nel 2021 per volontà dello stesso Horner e sviluppato in partnership con Ford, ha debuttato in gara nella stagione 2026 e ha centrato la prima vittoria con Max Verstappen in Malesia, sul circuito di Sepang.
«Ho provato una grande tristezza nel non vedere quel motore in una macchina», confessa l’ex team principal, che dopo il trionfo ha ricevuto i ringraziamenti del CEO Oliver Mintzlaff e ha scambiato messaggi con lo stesso Verstappen. Horner rivendica la crescita esponenziale della struttura di Milton Keynes, passata da meno di 400 dipendenti nel 2005 a 2.200 al momento del suo allontanamento, e la fedeltà di uno staff che ha continuato a riconoscergli il ruolo avuto nella costruzione del team.
La stoccata a Wolff e il quadro della Formula 1 attuale
L’intervista tocca anche i rapporti con Toto Wolff, storico avversario ai tempi dei duelli Mercedes-Red Bull. Horner non risparmia una frecciata al manager austriaco, sostenendo che al momento la Mercedes goda di una posizione agevole: «Zak Brown è compromesso perché usa il motore di Toto, quindi non può creare problemi. Ogni sport ha bisogno di rivalità, che si tratti di Ferguson e Wenger o Mourinho e Guardiola. Io l’ho usata per galvanizzare le persone giuste e sfidare la Mercedes».
Il riferimento è alla fornitura di power unit che la casa di Stoccarda garantisce alla McLaren, circostanza che secondo Horner attenua la competizione interna tra i due team. Nel frattempo, la sua autobiografia “Drive” è attesa nelle librerie il prossimo 22 ottobre per l’editore Bantam, un’uscita che promette di riaccendere i riflettori su una delle figure più divisive e discusse della Formula 1 contemporanea.
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