Il Portogallo sceglie Seguro, ma Ventura sfiora un terzo dei consensi e si candida a nuovo guida della destra
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Redazione Esteri
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Diciannove anni dopo l’uscita di scena di Jorge Sampaio, e al termine di due decenni segnati da amministrazioni conservatrici – quelle di Aníbal Cavaco Silva e del più recente Marcelo Rebelo de Sousa –, un esponente socialista si appresta a varcare la soglia del palazzo di Belém. António José Seguro, sessantatreenne con una lunga militanza nelle strutture giovanili del partito e una segreteria nazionale esercitrata tra il 2011 e il 2014, ha infatti ottenuto al ballottaggio di domenica scorsa il 66,8 per cento delle preferenze, un dato che supera perfino il primato che fu di Mário Soares nel 1991 -1-4. La sua candidatura, volutamente presentata come indipendente e persino svincolata dalla parola “socialismo” nello sforzo di aggregare un fronte trasversale, ha raccolto il sostegno esplicito non solo del Partito Socialista ma anche di esponenti del centrodestra sconfitti al primo turno, tra i quali spiccano i nomi dei due ex presidenti Cavaco Silva e António Ramalho Eanes -4. Quella che i portoghesi hanno consegnato alla storia è quindi una vittoria netta del candidato moderato, il quale ha ottenuto numeri da plebiscito – oltre tre milioni e quattrocentottantamila voti – a Lisbona, a Porto e nella città universitaria di Coimbra, cedendo invece a Faro, a Madeira e a Portalegre oltre che, particolare non privo di significato, al cospicuo voto degli emigranti -1-9.
L’ascesa di Chega e la metamorfosi del quadro politico
Sarebbe però riduttivo, oltre che analiticamente impreciso, leggere l’esito delle urne come il semplice ritorno del centrosinistra alla massima carica dello Stato. Perché se Seguro ha trionfato nella contesa presidenziale, la notte di domenica ha consegnato ad André Ventura – leader di Chega, formazione fondata appena sette anni fa – una legittimazione politica di dimensioni inedite per l’estrema destra lusitana -9. Il trentatré per cento incassato dal populista, al netto della sconfitta personale, rappresenta infatti una pietra miliare nella breve vita del suo partito: Chega esce da questa consultazione non solo come la prima forza dello schieramento conservatore, superando per peso specifico i socialdemocratici del primo ministro Luís Montenegro, ma come il vero antagonista dei socialisti sullo scacchiere nazionale -1-9. Ventura, lo ha detto egli stesso nella notte, perde la battaglia per Belém ma vince la guerra per la leadership della destra, e lo fa issandosi al trentatré per cento – alcuni consolati portano il dato al 33,7 – dopo aver chiesto invano il rinvio del voto a causa delle tempeste che hanno flagellato il paese, tempeste che hanno provocato quattordici vittime e costretto trentaseimila elettori, concentrati in comuni come Alcácer do Sal e Golegã, a rinviare il proprio turno al quindici febbraio -1-5-10.
I danni collaterali dell’esecutivo e l’incognita della governabilità
Se Ventura esce dallo scontro con lo scettro della destra saldamente in pugno, il vero sconfitto della tornata elettorale – lo scrivono senza mezzi termini i commentatori e lo confermano i numeri – è il primo ministro Luís Montenegro -1-9. La scelta di sostenere Luis Manuel Marques Mendes, candidato di Alleanza Democratica relegato a una deludente quinta posizione nel turno del diciotto gennaio, si è rivelata un azzardo mal calcolato; a esso si è aggiunto un silenzio strategico protratto per le tre settimane che separavano il primo turno dal ballottaggio, silenzio che ha di fatto lasciato il proprio elettorato libero di disperdersi tra l’opzione socialista e quella sovranista -1. Montenegro, nel messaggio di felicitazioni a Seguro, ha immediatamente cercato di ricucire il rapporto con il nuovo inquilino di Belém, promettendo una cooperazione “positiva e costruttiva” e dichiarando che l’origine partitica del presidente non condizionerà i rapporti istituzionali -4. Resta tuttavia il fatto, e non è marginale, che il governo di centrodestra dovrà fare i conti con un’opposizione di Chega più forte e legittimata che mai, e lo dovrà fare in un sistema semipresidenziale dove i poteri del capo dello Stato – per quanto non puramente cerimoniali, competendo a lui la politica estera e la sicurezza nazionale – restano comunque circoscritti e non possono sopperire alle fragilità di un esecutivo privo di una chiara egemonia nella propria area -1-9.
Il profilo del vincitore e la sottile rimozione dell’agenda identitaria
António José Seguro, che nel 2014 venne sconfitto nelle primarie del Partito Socialista proprio da António Costa – oggi presidente del Consiglio europeo, tra i primi a congratularsi con lui –, ha costruito la propria rimonta su una campagna volutamente astensionista dal lessico ideologico e incentrata invece su emergenze concrete quanto trascurate: la sanità pubblica, il cui deterioramento è sotto gli occhi di tutti, e la crisi abitativa che attanaglia le fasce più giovani e precarie della popolazione -2-4-10. La sua retorica, fatta di appelli contro l’astensionismo e di promesse di visite alle zone alluvionate, si è contrapposta punto su punto alla demonizzazione dell’avversario e alla consueta litania xenofoba di Ventura, quel “primeiro os portugueses” che ricalca pedissequamente modelli comunicativi importati da altre latitudini europee -10. E tuttavia, e qui sta la contraddizione più profonda di questa tornata, Seguro ha vinto astenendosi dal nominare persino la parola immigrazione, quasi che il tema – che pure i sondaggi indicano come dominante nell’opinione pubblica – fosse un campo minato da aggirare piuttosto che una questione da governare; lo ha riconosciuto, del resto, David Pontes, direttore di O Público, nell’analisi a caldo del voto, laddove ha imputato proprio alla sinistra l’errore storico di avere trascurato la gestione del fenomeno migratorio, lasciando così campo libero alla retorica sovranista di Chega -10.




